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Economia

L’autoritarismo vincente della Cina “illiberale”
Così Pechino è pronta a spodestare Washington

di . Categoria: Cronaca, Esteri

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A novembre il presidente Trump trascorrerà 10 giorni in visita di stato in Asia, dove lo attende fra le altre cose il faticoso compito di persuadere giapponesi, sudcoreani, vietnamiti e filippini del fatto che gli Stati Uniti resteranno impegnati nella regione sul lungo periodo e che non ne cederanno il controllo alla Cina. Paradossalmente però la tappa più importante di questo viaggio sarà per il leader Usa proprio Pechino.

Qui The Donald si rivedrà con Xi Jinping, per la prima volta dopo l’importante congresso di ottobre del partito comunista cinese che lo ha riconfermato alla guida del paese più popoloso al mondo. Trump cercherà probabilmente di fare il duro, anche se nei colloqui privati chiederà la collaborazione cinese sulla questione nordcoreana e sul tema dei flussi commerciali globali. Il tycoon di New York dovrà però confrontarsi con un’amara realtà: in questo momento non sono gli Stati Uniti ma piuttosto la Cina l’attore più importante nell’economia mondiale.

Non si credeva che il modello autoritario-capitalistico cinese fosse capace di sopravvivere ed addirittura prosperare in un libero mercato globale. Fino a cinque anni fa la grande maggioranza degli economisti e politologi occidentali era profondamente convinta del fatto che la Cina, per mantenere la propria stabilità interna, necessitasse di profonde riforme politiche in senso democratico, e che il gigante asiatico non avrebbe potuto mantenere il proprio sistema di capitalismo di stato.

Le cose però non sono andate esattamente così. Oggi il sistema politico-economico cinese per molti aspetti funziona meglio di quello statunitense. L‘economia americana rimane la maggiore al mondo però secondo i calcoli dello statunitense Center for Economics and Business Research sarà sorpassata da quella cinese nel 2029, anche per la capacità del governo cinese di utilizzare le imprese statali per aumentare l’influenza interna ed estera del partito comunista.

Certo, gli Stati Uniti restano importantissimi. Il dollaro è la moneta di riserva globale, i ricchi cinesi continuano a comprare case a New York e in California ed a mandare i propri figli a studiare nelle università statunitensi; però molti pilastri della potenza americana, dalle alleanze militari alla leadership nel commercio globale, si stanno erodendo a vista d’occhio. Nello stesso momento, molti paesi in via di sviluppo, dall’autoritaria Russia alla democratica India stanno seguendo la via cinese: sì al commercio con l’estero e allo sviluppo economico, accompagnati però da un forte controllo statale sulla politica interna, sui flussi d’informazione e sulla competizione economica.

Peraltro oggi la Cina ha in Xi Jinping il suo più forte leader da decenni, mentre gli Stati Uniti hanno in Trump un presidente debole, inesperto e incline alle gaffes e alle reazioni ultraemotive. Pechino inoltre offre supporto politico e finanziario alle proprie imprese strategiche, per 365 giorni l’anno. Protegge le imprese cinesi accusate di aver rubato la proprietà intellettuale di quelle straniere, quando non è direttamente implicato in spionaggio industriale e attacchi informatici contro società americane, giapponesi ed europee.

Alcuni esempi pratici. Le tre grandi società petrolifere cinesi, CNOOC, Petrochina e Sinopec hanno ricevuto aiuti finanziari dai governanti di Pechino attraverso banche di proprietà statale. La società del settore chimico Chem China ha acquistato un’importante impresa svizzera di biotecnologie, Syngenta, per 43 miliardi di dollari grazie al sostegno del governo cinese, per il quale la sicurezza alimentare in Cina è una priorità strategica.

Il settore dell’infrastruttura telefonica di quinta generazione sarà dominato nei prossimi anni, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dalla società cinese Huawei, che gode di abbondanti linee di credito da parte della banca di stato China Development Bank. Dunque pare che i dirigenti di Pechino siano riusciti a trovare la quadra, al contrario di Gorbaciov nell’Unione Sovietica di 30 anni fa: forte sviluppo economico, creazione di un’ampia classe media, accompagnati però dal mantenimento di un ferreo controllo politico da parte del partito comunista. Per  decenni i leader americani ed europei ci hanno raccontato che tutto il mondo marcia a grandi passi verso la democrazia liberale. E se si fossero sbagliati?

4 novembre 2017

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