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Doppio voto uomo-donna: è una scelta di civiltà?

di Redazione

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Doppio voto uomo-donna: è una scelta di civiltà?

| martedì 02 Aprile 2013 - 19:35

vota-donne

PALERMO, 2 APRILE 2013 – Oggi arriva in Aula all’Ars la legge che introduce la doppia preferenza di genere nel sistema elettorale per le amministrative. Arriva dopo le polemiche e le scuse di Napolitano perché non ha nominato nemmeno una donna tra i suoi “saggi”. E dopo le polemiche scatenate dall’infelice frase di Battiato sulle “troie in Parlamento“.

 

C’è chi dice “finalmente” e chi invece considera questa legge un atto di “elemosina”.

Comunque sia è pur sempre un’opportunità. “Gli uomini” non stanno facendo una concessione dell’alto della loro magnanimità alle povere donne indifese che sono sempre in attesa di qualcuno che sguaini per loro la spada lucente (anche perché il più delle volte è quello che le donne fanno credere di volere).

Ci sono donne che valgono e che un posto di prestigio se lo meritano perché sono intelligenti, preparate e hanno trovato il coraggio di lanciarsi a testa alta in un mondo prettamente maschile e maschilista. E Laura Boldrini ne è un esempio.

 

Ci sono donne che si sentiranno offese da questa legge perché preferiscono la conquista piuttosto che qualcosa che assomiglia a un premio di consolazione, ma state tranquille che ci sarà sempre un motivo per battersi, un vantaggio non riconosciuto o l’ennesima violenza da condannare. Per una volta perché non prendersi il buono di una legge che, in quanto tale, è fatta per cambiare lo scenario senza lasciare che le donne stiano dietro le quinte a guardare?

 

Forse l’introduzione di una legge del genere consentirebbe a un certo tipo di elettorato che non ha mai cambiato idea né posizione di aprire gli occhi; garantirebbe alle donne uno spazio che è già loro di diritto ma che potrebbe esserlo di fatto; uno spiraglio in un panorama che promette cambiamento e invece il vento soffia sempre da un’altra parte.

 

manifestazione donne

 

Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Il lato di chi si chiede: perché un seggio in Parlamento, in un consiglio comunale o regionale, in un consiglio di amministrazione di un’azienda dovrebbe spettare a una donna piuttosto che a un uomo, soltanto sulla base di una legge o di un regolamento? Affermare che le cosiddette quote rosa servono per permettere il compimento di una effettiva democrazia paritaria non convince. In primo luogo, perché le donne dovrebbero conquistare le posizioni a cui ambiscono con le proprie capacità. In politica, per esempio, le donne non dovrebbero elemosinare un posto, che gli caschi dall’alto, grazie alle quote rosa o alla doppia preferenza di genere.

 

Dovrebbero rimboccarsi, invece, le maniche e contestare, lottare, difendere le proprie posizioni. Posizioni che non siano, però, cristallizzate sull’eterno vittimismo della condizione di inferiorità, sui cliché di un vecchio femminismo che ha avuto ragione di esistere negli anni sessanta e settanta, ma che guardino alla società nel suo complesso di genere (uomini, donne, omosessuali, trans gender e neonate categorie di classificazione), alle sue crisi, alle soluzioni, alle scelte da prendere. Esistono già donne che in seno ai partiti, alle istituzioni, alle aziende agiscono in questo modo, ma se non emergono, o se hanno più difficoltà dei loro colleghi a spuntarla, non è perché non sono protette dal sistema – quale segno di debolezza sarebbe! – ma perché le donne hanno bisogno del sostegno delle altre donne. E per conquistare un cervello femminile non servono piagnistei, bensì genio e concretezza.

E allora ben vengano interventi che mirino a liberare la donna, a concederle quegli spazi di espressione che le spettano. Dalle responsabilità della maternità, per esempio, tramite asili nido aziendali, o dell’assistenza agli anziani; dalle responsabilità della gestione della casa, tramite supporti economici e fornitura di servizi, passando per corsi di formazione e informazione, che illustrino per esempio i vantaggi del lavoro in mobilità (o più semplicemente che insegnino come educare gli uomini mariti-compagni che ancora non hanno imparato a condividere gli oneri di una vita in comune sotto lo stesso tetto).
Inoltre, come non accorgersi che proprio nel ragionamento di genere esiste il serio pericolo della delegittimazione della donna? Ogni donna che si trovi in una determinata posizione grazie alle “quote rosa” sarà sempre oggetto di facile critica, poiché assegnata per sesso (nel senso di genere) piuttosto che per competenza. È un rischio che vogliamo veramente correre?

 

Insomma, anche questa è una legge che farà discutere. Ma la conclusione potrebbe essere: non sarà che anche questa è una norma che favorisce l’intervento e la supremazia dell’uomo nella realizzazione di una donna nella sfera pubblica?

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