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Arriva una “tassa” che potrebbe essere pericolosa per il futuro dello sviluppo del web in Italia. L’emendamento a firma Edoardo Fanucci (Pd), Sergio Boccadutri (Sel), Ernesto Carbone (Pd), Antonio Castricone (Pd) e Stefania Covello (Pd), vorrebbe che le aziende operanti sulla Rete e con la Rete nel Belpaese debbano pagare le tasse in Italia, anche se sono straniere o succursali legali in nazioni europee con regimi fiscali più convenienti. Ma le aziende potrebbero decidere di investire in luoghi diversi dall’Italia e per le imprese italiane che operano sul web potrebbero nascere delle difficoltà ad operare sui mercati stranieri o subire forti ritorsioni da parte di altri Stati.

Insomma, quella che sembra essere una vera e propria legge ad hoc si appresta a colpire i grandi colossi del web come Facebook, Google, Apple e Amazon. Per poter effettuare acquisti quindi è previsto l’obbligo per un’azienda italiana che vuole acquistare servizi sul web, dall’e-commerce all’advertising, di farlo da aziende titolari di una partita Iva italiana. Ma non è tutto. Un emendamento presentato dalla democratica Stefania Covello imporrà, ai fini della tracciabilità, di effettuare pagamenti solo attraverso un bonifico postale o bancario: uccidendo, di fatto, tutti i sistemi di pagamento rapido e sicuro che sono messi a disposizione dal web, tra cui sicuramente il più famoso è sicuramente Pay Pal.

Sembrerebbe, quindi che lo sviluppo digitale italiano sarà di nuovo rallentato. Il digital divide evidente con il resto d’Europa sembra, almeno in prospettiva, destinato a crescere sempre di più. La nuova norma potrebbe quindi rappresentare, come già nei mesi scorsi la Commissione europea ha fatto intendere, un reale e pericoloso ostacolo alla libera circolazione dei lavoratori, andando a scontrarsi con uno dei principi fondamentali del mercato unico.

“Uno strumento di equità”, questo il giudizio della Siae che si presenta come il principale sostenitore della misura, ma non è sola. Il presidente della commissione chiamata a decidere sulla Google Tax, Francesco Boccia, bolla gli oppositori alla legge come “subalterni ai colossi di Internet”. E le reazioni non si fanno attendere.

I sostenitori della Google Tax però spiegano che non si tratta di una nuova imposta, ma piuttosto dell’obbligo per i “soggetti passivi che intendano acquistare servizi online, sia come commercio elettronico diretto o indiretto di farlo da soggetti titolari di partita Iva italiana”. Insomma, anziende come Amazon dovrebbero procurarsi la partita Iva italiana per poter operare sul nostro mercato. Ma come spiegato al  Sole 24 Ore da Raffaele Rizzardi, componente del Comitato Fiscale Europeo “chi ha scritto la proposta ignora che la partita Iva non significa dover versare imposta sul reddito in quanto, come stabilito dal regolamento 282/2011 dell’Unione europea, la partita Iva stessa non vale come presunzione di stabile organizzazione. In sostanza, sarebbero obbligati a versare l’Iva mica a essere tassati sui redditi”. Questo ridurrebbe notevolmente la previsioni di Boccia sulla portata finanziaria dell’iniziativa.

Secondo gli autori della norma però non si tratterebbe di una questione di gettito fiscale, ma piuttosto di equità sociale e fiscale. Posizione, questa, appoggiata anche dall’imprenditore Carlo de Benedetti che dall’Huffington Post ha scritto contro i critici della Google Tax: “un atto di giustizia fiscale che nulla ha a che vedere con il ritardo digitale, che semmai è responsabilità della politica. O forse c’è qualcuno che pensa che, facendo pagare il dovuto a Google & C., lo Stato li farebbe fuggire altrove? Semplicemente ridicolo”.

La prima e forte protesta arriva da parte della comunità italiana di sviluppatori e operatori del web che è stata seguita dalle rimostranze ufficiali della American Chamber of Commerce, che spiega come in questo modo “si ostacola lo sviluppo dell’economia digitale”. Dalla nota dell’istituzione commerciale americana si intende che le ripercussioni per l’economia italiana saranno molto forti e che così  vengono messi in difficoltà “gli investimenti diretti esteri condizione imprescindibile per la crescita”.

Contro la decisione presa dalla commissione si è pronunciato anche il segretario del Partito democratico che ha definito questa iniziativa “un tentativo di assoggettare le aziende digitali estere alle normative fiscali italiane, provocando un danno sia ai produttori che ai consumatori. Intanto sul web esplodono le proteste e le manifestazioni degli utenti.

Ma un punto in particolare del provvedimento lascia senza parole: il comma 2 dell’emendamento. “Gli spazi pubblicitari on line e i link sponsorizzati che appaiono nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca  visualizzabili sul territorio italiano durante la visita di un sito o la fruizione di un servizio on line attraverso rete fissa o rete e dispositivi mobili, devono essere acquistati esclusivamente attraverso soggetti titolari di partita IVA italiana”. Ma questo punto sembra essere stato partorito da menti che non conoscono il sistema di diffusione degli spazi e dei link sul web. Non è possibile, infatti, parlare di link visualizzabili sul territorio italiano o meglio ci si potrebbe riferire a qualunque spazio o link presente sul web creando così una situazione che non può essere contabilizzata in nessun modo. Il motivo si ritrova in uno dei principi fondanti del web: nessuna frontiera tra le nazioni. Questa scelta potrebbe quindi portare l’Italia a rimanere ai margini dello sviluppo di Internet e della sua vita pulsante, facendo rallentare il nostro sistema, anche economico, con conseguenze gravissime.