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In dodici sono accusati di fare  parte di un gruppo del clan del rione Camaro di Messina che operava principalmente nel centro città pretendendo il pizzo da  esercizi commerciali e cantieri edili sono state arrestate dalla  polizia.

Gli agenti hanno eseguito un’ordinanza di custodia  cautelare in carcere, più un obbligo di dimora, che ipotizza, a  vario titolo, i reati di associazione mafiosa finalizzata alla  commissione di estorsioni, spaccio di droga, furti e  danneggiamenti.

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L’indagine trae origine dall’arresto del pregiudicato Vittorio Di Pietro per il reato di estorsione ai danni di due commercianti operanti nel quartiere Camaro che ha portato alla luce un’organizzazione criminale, di tipo mafioso, operante proprio nel rione di Camaro, ma che ha esteso la sua illecita influenza anche alle zone limitrofe, dedita precipuamente alle estorsioni in danno di operatori commerciali e di imprenditori edili.

L’associazione mafiosa era costituita da tutti gli odierni arrestati, gravati da precedenti e pregiudizi penali, ad eccezione di Salvatore Morabito.

L’attività estorsiva dell’associazione era diretta principalmente nei confronti dei titolari di cantieri edili e ditte operanti nel settore, ai quali veniva fatta la “richiesta” di assunzioni e denaro. Al fine di piegare la volontà delle vittime, in un’occasione i sodali dell’associazione, con un’azione volta a dimostrare la capacità di aggressione della stessa, incendiavano un escavatore all’interno di un cantiere.

In particolare, Francesco La Rosa dirigeva e organizzava l’associazione, stabilendo le strategie da seguire, impartendo disposizioni agli altri associati, partecipando alle attività estorsive, stabilendo alleanze e accordi con altri gruppi mafiosi della città; Gianfranco La Rosa e Antonino Genovese coadiuvavano Francesco La Rosa in tali attività, intrattenendo per conto di questo rapporti con gli associati e con altri malavitosi, recapitando messaggi, custodendo parte dei proventi illeciti, distribuendo gli stessi tra gli altri sodali e partecipando alle attività estorsive anche mediante il compimento di danneggiamenti ed atti intimidatori.

Anche Maria Genovese coadiuvava Francesco La Rosa, dettando disposizioni e riscuotendo i proventi illeciti che gli altri sodali si procuravano e stabilendo come ripartirli tra gli stessi. Raffaele Genovese e Santi Ferrante, costantemente informati delle attività di volta in volta svolte, con il loro consenso e con il carisma criminale, contribuivano a rafforzare le attività illecite svolte dal sodalizio, partecipando alla divisione dei guadagni. Vittorio Di Pietro, Sebastiano Freni, Giovanni Lanza, Fabio Maffei, Enrico Oliveri e Salvatore Triolo collaboravano gli altri sodali nelle attività illecite, eseguendo le direttive impartite dai superiori gerarchici e partecipando all’attività estorsiva, anche mediante il compimento di danneggiamenti ed atti intimidatori.

Il gruppo disponeva di una cassa comune, gestita da Antonino Genovese, che provvedeva alla distribuzione degli utili tra i vari adepti ed a destinare una parte delle risorse al mantenimento dei detenuti.

L’organizzazione criminale, servendosi dei propri sodali, avanzava le richieste di denaro “a tappeto”, anche recapitando biglietti dal contenuto minatorio agli esercenti della zona, con l’invito a contattare “amici”. A conferma di quanto emerso attraverso le indagini, e quanto l’associazione di tipo mafioso fosse una realtà criminale consolidata sul territorio, sono state acquisite anche le dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia.

Tra gli arrestati, tutti gravati da precedenti e pregiudizi penali, spicca il nome di Santi Ferrante, personaggio di primo piano della criminalità organizzata nel rione Camaro di Messina, condannato per omicidio, estorsione, rapina, usura, associazione per delinquere di tipo mafioso e finalizzata al traffico di stupefacenti, il quale, nonostante il regime carcerario – come emerso dalle operazioni di intercettazione dei colloqui in carcere coi familiari – ha continuato a gestire le attività illecite del gruppo criminale.

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