Quella tra Matteo Renzi ed Enrico Letta più che una comunione di intenti prende sempre più le fattezze di una tregua armata. L’avvertimento del presidente Napolitano, critico nei confronti della gestione dei decreti ritenuti d’urgenza, infatti, è servito a dare il la a una serie di mugugni tra gli insoddisfatti renziani, primo su tutti il responsabile del Welfare del Pd, Davide Faraone, che su Facebook ha dato sfogo a tutta la sua insofferenza verso il governo Letta (“Questo Pd, con le grandi speranze che suscita; l’Italia, con le sue difficoltà e le sue grandi potenzialità, non possono permettersi questo Governo e i suoi errori. E non basta un ritocco, un ‘rimpasto’: o si cambia radicalmente o si muore”).

Il premier, tuttavia, non si è fatto trovare impreparato dalle critiche, dimostrando di aver fatto giù suo, autonomamente, il piccolo mantra “o si cambia o si muore” suggerito dal deputato palermitano, a cui ha fatto eco anche un altro illustre renziano, Andrea Marcucci, lesto nel sostenere che “Il governo non ha più nè alibi da vantare, nè tempo da perdere. Il Pd, con il segretario Renzi, proporrà soluzioni concrete a partire dai prossimi giorni, l’esecutivo non si faccia attendere come Godot”.

Le contromisure del presidente del Consiglio, infatti, sono la costanza, o forse l’ostinazione, nel non cambiare linea d’intervento nè uomini – “la squadra non si cambia” ha dichiarato perentorio oggi il premier – e un “cronoprogramma”, una sorta di scadenziario del fare, a cui attenersi rigidamente per portare a casa più risultati nel minor tempo possibile. Sta per iniziare la cosiddetta “fase due”, la parte forse più delicata ell’azione del governo Letta, quella in cui le forze in campo che compongono la maggioranza dovranno incontrarsi, discutere, mediare se necessario, per delineare il profilo di quei provvedimenti subito attuabili dall’esecutivo. Sarà giocoforza il momento dell’impegno 2014, per cui i tempi sono strettissimi. In tal senso una mano potrebbe arrivare dalla necessità di riassegnare le poltrone lasciate vacanti dai dimissionari di Forza Italia.

Occhio tuttavia ai sentieri minati. Un altro caso come quello riguardante il decreto Salva Roma potrebbe essere letale per Palazzo Chigi, tanto per la posizione tenuta nei confronti degli alleati, quanto, soprattutto, per lo scalpitare delle forze intestine al Pd, che con Renzi ha cambiato guida, verso, e che, ne sono prova le dichiarazioni, sempre più frequenti e sempre più piccate, degli uomini del segretario, non sono disposte a concedere sconti a Enrico Letta, costretto a guardarsi da nemici e amici.