Cosa c'era scritto e che fine ha fatto?

L’importanza dell’agenda rossa di Borsellino
Storia di un mistero lungo ventidue anni

di . Categoria: Cronaca, Sicilia

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Si dice che Paolo Borsellino non si separasse mai dalla sua agenda rossa. Era sempre con lui, quando lavorava con Giovanni Falcone, quando andava in chiesa, quando citofonava alla madre. Ed era con lui quando il 19 luglio di 22 anni fa una Fiat 126 esplose, squarciando via D’Amelio, portando via l’ultimo baluardo, forse il più forte, della lotta contro la mafia. Usarono 100 chilogrammi di tritolo per uccidere Borsellino. “È finito tutto”, fu il commento del capo del pool antimafia, Antonino Caponnetto.

E invece non finì tutto. La presa di coscienza di un’intera Nazione, la lotta, i processi: il vaso di Pandora della mafia a quel punto non poteva più restare chiuso. Però nella morte ancora senza giustizia di Paolo Borsellino si cela anche uno dei grandi misteri della storia italiana. Quell’agenda rossa che il magistrato aveva riposto con cura nella ventiquattrore con cui era uscito di casa, quell’agenda che aveva avuto in dono dall’Arma dei Carabinieri all’inizio dell’anno, nessuno l’ha più trovata.

C’erano gli occhiali da sole, un costume da bagno, qualche effetto personale. E nient’altro. Eppure la moglie Agnese e il figlio Manfredi erano sicuri che l’agenda rossa fosse con Borsellino nel momento più brutto. Lì dentro, il magistrato aveva appuntato ciò che lo crucciava sin dalla morte dell’amico Giovanni Falcone. Ad assicurarlo è la testimonianza di uno dei suoi più fidati investigatori, il tenente Carmelo Canale, a cui Borsellino disse, scrivendo nell’agenda: “Sono successi troppi fatti in questi mesi, anch’io ho le mie cose da scrivere”.

Tra i tanti, troppi, fatti che Borsellino stava analizzando, c’erano le prime rivelazioni dei pentiti di mafia. Uno su tutti, Gaspare Mutolo, l’ex autista di Totò Riina, che svelò i nomi delle “talpe” di Cosa nostra nelle istituzioni. Borsellino però aveva anche avuto notizia di una “trattativa” tra i mafiosi e lo Stato. In un’altra agenda, stavolta grigia, Borsellino scrisse il cognome dell’allora ministro degli Interni Nicola Mancino: lui ha sempre negato quell’incontro.

L’importanza di quell’agenda rossa è proprio in ciò che non sappiamo della storia. Quei fogli rilegati per prendere appunti avrebbero potuto nascondere una verità che si cerca da anni ormai, con un processo aperto a Palermo e che sembra non avere fine. L’importanza di quell’agenda rossa è nel modo in cui è sparita, fumoso, incomprensibile, un colpo di scena in una scena tetrissima.

Esiste un video in cui si vede un carabiniere in borghese, Giovanni Arcangioli, prendere la borsa di Borsellino e allontanarsi da via D’Amelio. La borsa poi verrà ritrovata nell’auto blindata del magistrato. Arcangioli venne indagato per il reato di furto dell’agenda rossa con l’aggravante di aver favorito la mafia ma poi fu prosciolto per “non aver commesso il fatto”. Ma allora chi ha preso l’agenda rossa?

Il mistero è lungo 22 crudelissimi anni, quelli che sono passati dalla morte di Borsellino. Le indagini continuano, i processi non si fermano. Soltanto quattro giorni fa al processo “Borsellino quater” di Caltanissetta, Fausto Cardella, il sostituto procuratore incaricato di indagare sulle stragi del ’92, ha ricordato che la borsa di Paolo fu trovata abbandonata, quasi con noncuranza: “All’interno c’era sicuramente un’agenda marrone, di quelle appartenenti ai carabinieri. C’era poi un’agenda con alcuni numeri di telefono ma l’agenda rossa, di cui aveva parlato il maresciallo Canale, non c’era”. Il mistero dell’agenda rossa insomma sembra indissolubilmente legato alla mancanza: di prove, di chiarezza, di verità. Di Paolo Borsellino.

18 luglio 2014

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