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Lui triste e vestito di nero, lei allegra e ironica| Ecco chi erano i fidanzatini dell’Agrigentino

“È finito il buio”. È il messaggio di addio di Mirko Lena, il ragazzo di 27 anni che questa mattina ha ucciso, nel suo piccolo paesino dell’Agrigentino, la fidanzata e la madre di lei. La scritta è stata incisa su un muro, accanto a un tavolino dove un libro della “Divina commedia” era stato lasciato aperto su una pagina dell’Inferno.

A San Giovanni Gemini c’è sgomento: c’è chi dice che tra i due erano “tutte rose e fiori” e chi invece comincia a sussurrare che “da qualche giorno non si vedevano più in giro insieme”. E c’è chi, addirittura, racconta che quel ragazzo “anonimo, magro, non molto espansivo e sempre vestito di nero” fosse da tempo molto depresso. Sabato scorso il giovane aveva regalato un libro a un suo conoscente: “A me non serve più”, gli avrebbe detto.

Mirko ha due fratelli e una sorella, ufficialmente era disoccupato anche se ogni tanto dava una mano al padre che ha una piccola fabbrica di materassi. Su Facebook Concetta Traina, la vittima, ha tra gli amici i fratelli e la sorella di Mirco, ma non lui. Forse una cancellazione recente, sintomo di una relazione agli sgoccioli. E i soliti ben informati del paese sono pronti a giurare che lei aveva già un’altra storia e che per questo Mirko l’avrebbe uccisa.

Di Concetta dicono che era “una ragazza ironica, colta, amante del cinema e di buone letture, con tantissimi amici, e tanta gioia di vivere”. L’ultimo suo post sul profilo Facebook l’aveva scritto ieri alle 13.33: ”Spiegatemi il senso del cuoricino messo sopra i propri selfie. Io non capisco. Vanità, sano amore per se stessi o minchitutini?”.

Concetta, figlia di un falegname, morto alcuni anni fa e di una casalinga, era una ragazza studiosa e senza grilli per la testa. Aveva frequentato il liceo scientifico e poi si era laureata in filosofia, così come il fratello Vincenzo laureato in scienze politiche. Da poco aveva superato la prova di tirocinio formativo per l’abilitazione all’insegnamento e doveva svolgere lo scritto ad ottobre.

Su Fb scriveva le sue pillole filosofiche come “La filosofia del laccio”: “… Ecco, provate adesso a calarvi nel mondo, provate a considerare l’intima essenza d’un laccio. Usate la fantasia miei prodi eroi, animate il tutto. Provate adesso a vedere in quel laccio la singolarità dell’umana esistenza, consideratela nella sua inestricabile adesione ad un altro laccio. Ebbene, avete appena assistito al nascere della relazione, col mondo , con le cose, con gli altri esseri…”.

“Quando ero bambina – scriveva di sé Concetta – ed ero infelice, brutta ed estranea alle consuete dinamiche infantili, elaboravo una strategia: uscivo dal mio io, ed entravo in un altro io, magari in quello della bambina più bella e fortunata e così stabilivo con quella mia fantasia una totale compartecipazione empatica. Difficile da spiegare. Però già avvertivo l’unità delle cose, l’umanità come un unico grande essere, per cui non aveva senso dolermi delle mie sventure, perché a conti fatti, per niente differivano dalle maggiori fortune. Ero capace di vedere il Tutto. Ero una strana bambina”.

E forse questa ragazza che viveva in un paese di poco più di ottomila abitanti nell’entroterra siciliano, a 52 km da Agrigento e a 84 da Palermo, si sentiva un’estranea tra i suoi concittadini: ”Sto soltanto leggendo-studiando mentre aspetto posteggiata in macchina – scriveva su Fb – eppure la gente mi lancia occhiatacce malefiche. Forse perché non hanno mai visto un libro loro. Se stessi a sfumacchiare con lo smartphone in mano tutto ok, ma la vista di una che legge desta preoccupazione. San Giovanni gemini città del formaggio”.

La stessa gente che adesso piange davanti alla sua casa e racconta chi era questa giovane ragazza uccisa, probabilmente senza conoscerla, senza sapere cosa provava veramente. “Se mi fossi chiamata Koncetta con la k forse avrei avuto una vita più semplice”, scriveva.

Maria Teresa Camarda

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Maria Teresa Camarda
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