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Il miliardario Donald Trump è il fenomeno politico del momento negli Stati Uniti. Considerato da molti un estremista provocatore, noto più per le sue uscite scorrette che per il messaggio politico, ha adesso grandi chance di diventare il candidato repubblicano alle elezioni presidenziali di novembre.

Trump, settant’anni, è figlio di un imprenditore del settore edile di origini scozzesi che ha fatto le fortune economiche della famiglia. Donald è quindi nato da una famiglia facoltosa, malgrado abbia cercato nel corso della sua vita di costruirsi un’immagine da self-made man nella migliore tradizione americana. Terminato il college nel 1968, ha infatti iniziato nell’azienda di famiglia, occupandosi prima di un complesso residenziale a Cincinnati e poi nella costruzione e vendita di migliaia di appartamenti a New York.

Si è poi messo in proprio negli anni ottanta. “The Trump organization”, la sua azienda, si occupa di sviluppo immobiliare e della gestione di resort e campi da golf in tutto il mondo. Le sue indubbie capacità gli sono valse un patrimonio stimato oggi sino a quattro miliardi di dollari.

Trump deve buona parte della sua notorietà ad una scintillante e complicata vita sentimentale, che lo ha visto spesso protagonista sulle copertina patinate delle riviste di gossip. Delle tre mogli, la più nota è Ivana Trump, la cui aspra battaglia legale ai tempi del divorzio da Donald nel 1992 ha fatto scalpore; già attiva nell’azienda del marito, si è poi imposta nel settore della moda e dell’intrattenimento, continuando ad attirare i flash dei paparazzi con nuovi matrimoni e relative beghe legali. La ex-modella slovena Melania Knauss è la moglie attuale; sposata con lui dal 2004, disegna gioielli, gli ha dato il quinto figlio, Baron, e lo segue e lo sostiene nella sua campagna, sebbene i media la descrivano come una donna schiva e riservata.

Nel corso della sua carriera imprenditoriale, Trump ha dimostrato una certa disinvoltura nella gestione degli affari: quattro sue società hanno dichiarato bancarotta fra il 1991 e il 2009 per il carico di debiti eccessivo. “Ho usato le leggi di questo paese per ridurre il debito”, ha dichiarato una volta, ”abbiamo un’azienda, dichiariamo bancarotta e poi negoziamo con le banche un accordo fantastico. Sapete, sono solo affari, non è niente di personale”. Trump è stato coinvolto in centinaia di cause, “un fatto naturale per chi fa affari in America”, ha detto un suo avvocato. La più divertente è la causa contro un comico televisivo americano che lo invitava ad esibire il certificato di nascita per dimostrare di non essere figlio di un orango tango. Erano i tempi in cui Trump  aveva fatto un analogo invito al Presidente Obama, affinchè dimostrasse di essere veramente americano.

Repubblicano di ferro, Trump ha accarezzato l’idea di correre per le presidenziali americane nel 1988, 2004 e 2012, senza poi partecipare alle primarie. Personaggio noto e popolare in America, ha avuto risultati lusinghieri nei sondaggi in vista delle presidenziali del 2012, quelle della riconferma di Obama per il suo “second term”; alcuni tra questi lo vedevano in vantaggio contro il Repubblicano Mitt Romney o contro lo stesso Obama.

Nel giugno 2015 ha infine annunciato al mondo che avrebbe corso per le primarie repubblicane, al grido di “facciamo di nuovo grande l’America”, suo slogan elettorale. In queste primarie si ricordano soprattutto le sue polemiche controverse e “politicamente scorrette”: se l’è presa con i migranti musulmani rischiando il divieto d’ingresso in Gran Bretagna; ha sparato a zero contro una nota giornalista attirandosi accuse di maschilismo, ha persino polemizzato con Papa Francesco sui muri ai confini con il Messico. L’impressione è che queste “intemperanze” siano il frutto di una strategia ben calcolata: attraggono l’interesse dei media sulla sua campagna elettorale e mobilitano quella parte dell’elettorato americano più a disagio negli Stati Uniti multiculturali di oggi, cioè i bianchi poveri degli stati del Sud e gli anziani.

Certo è che con il suo piglio irruento e una schiettezza che spesso ha passato i limiti del buon gusto, ha messo in ombra  gli avversari del Partito non dando loro la possibilità di calamitare l’attenzione degli elettori sui loro personaggi e proposte; e mentre il riflessivo Jeff Bush si è già ritirato, i più combattivi Ted Cruz e Marco Rubio lo seguono a grande distanza ed un numero sempre crescente di personalità di area repubblicana lo appoggiano apertamente.

Il programma di Trump è comunque un classico esempio di conservatorismo repubblicano, con qualche nota populista per solleticare la classe media e lavoratrice: la riforma dell’immigrazione per “mettere gli interessi della nostra nazione davanti a quelli delle altre”; la difesa del secondo emendamento per cui “il diritto a possedere e portare armi non deve essere scalfito”; una politica “che difenda gli interessi dei lavoratori americani e non di Wall Street” di fronte all’avanzata cinese; la riduzione del carico fiscale per tutti, bilanciato “dall’eliminazione del gran numero di deduzioni e cavilli fiscali disponibili per i più ricchi”; la riforma dell’assistenza ai  veterani di guerra, giudicata lenta ed inadeguata.

Ma in fin dei conti, quante chances ha Trump di ottenere la nomination? Finora le primarie gli danno ragione: le sue posizioni estreme ed esagerate non spaventano gli elettori e gli attirano molti consensi. Il successo del super-martedì ha allargato la distanza con Cruz e Rubio, che comunque sembrano determinati a proseguire. Il suo problema è però quello di unificare il Partito attorno a lui. I Repubblicani preferirebbero un candidato più istituzionale e presentabile e non hanno fiducia in una eventuale vittoria finale contro la corazzata democratica Clinton; non si tratta di posizioni di principio, ma di considerazioni pratiche: cosa ha da dire all’elettorato ispanico (18% del totale) uno che vuole un muro al confine messicano? Come si presenta a 70 milioni di cattolici americani, uno che non esita a dare lezioni a Papa Francesco?

Questa è forse la parte più difficile per il candidato Trump: coniugare il piglio ribelle ed anticonformista con la necessità di unire e presentarsi come il possibile Presidente di tutti.