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Frode nel commercio dell’oro, 47 indagati | Coinvolte 36 società e una banca nazionale

di Angelica Serrai

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Frode nel commercio dell’oro, 47 indagati | Coinvolte 36 società e una banca nazionale

| venerdì 25 Marzo 2016 - 08:23
Frode nel commercio dell’oro, 47 indagati | Coinvolte 36 società e una banca nazionale

Maxi operazione delle Fiamme Gialle di Vicenza che hanno scoperto una frode milionaria nel settore del commercio dell’oro. Sono state eseguite un centinaio di perquisizioni e indagato 47 persone.

Sono 14 le province interessate dall’operazione “Marchio sfrenato”: (Vicenza, Milano, Roma, Bergamo, Lecco, Como, Ascoli Piceno, Arezzo, Bari, Napoli, Caserta, Matera e Potenza).

Sono state coinvolte 36 società e la filiale romana di una banca nazionale dove le società fittizie avevano aperto i conti utilizzati per le frodi.

Le indagini hanno, quindi, permesso agli inquirenti di individuare almeno 16 società fittizie, totalmente sconosciute al Fisco, che tra il 2013 e il 2014 hanno evaso l’IVA per circa 25 milioni di euro.

Queste società erano “amministrate” da idraulici, parcheggiatori abusivi, mendicanti senza fissa dimora e cittadini stranieri residenti all’estero, ma domiciliati presso un hotel milanese.

Secondo quanto si apprende, alcune società erano inesistenti o dichiarate in negozi vuoti, fast food e, addirittura, in un centro sociale della capitale.

Il sistema era basato sulla creazione e sull’interposizione fittizia di società “fantoccio” nella filiera commerciale, ha quindi sfruttato l’emissione di fatture false per un totale di oltre 350 milioni di euro.

In sintesi, alcune società sane vendevano, almeno sulla carta, oro industriale, di purezza pari o superiore a 325 millesimi, alle società fittizie, definite “cartiere” intestate a “prestanome”.

La purezza minima di 325 millesimi faceva sì che le vendite in questione avvenissero tramite il regime di non imponibilità IVA definito “reverse charge“, che permette alla società acquirente (in questo caso la “cartiera”) di non pagare l’IVA sull’acquisto.

Quindi, pur non eseguendo alcun tipo di lavorazione sul metallo acquistato (in quanto società fittizie, senza uffici, stabilimenti o macchinari industriali), le cartiere rivendevano la merce acquistata riducendone il titolo di purezza, in modo da poterla cedere con IVA, maturando così un debito da versare all’Erario.

 

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