Volevano ottenere il Paradiso mettendo una bomba a Rialto. Le intercettazioni dei quattro kosovari bloccati, ieri, perchè ritenuti parte di una cellula jihadista operante a Venezia, sono state rese note oggi dal procuratore reggente di Venezia Adelchi D’Ippolito nel corso di una conferenza stampa.

La frase chiave è: “A Venezia guadagni subito il paradiso per quanti monafik (miscredenti, ndr) ci sono qua. Metti una bomba a Rialto”. Secondo la magistratura le intercettazioni rivelano che i quattro kosovari, tre arrestati e un minore fermato, erano impegnati “in una vera e propria attività di autoaddestramento al fine di prepararsi a compiere attività criminali e attentati da un lato attraverso esercizi fisici e dall’altro esaminando video dei fondamentalisti dell’Isis che spiegavano l’uso del coltello, come si uccide con un coltello”.

In un altro passaggio, uno dei quattro dice: “Se faccio il giuramento e mi danno l’ordine, sono obbligato a ucciderli tutti”.

Gli inquirenti hanno anche accertato anche che compivano simulazioni per confezionate esplosivi fatti in casa.

Inoltre, secondo le intercettazioni, tradotte dagli investigatori, emergono ulteriori dettagli: non solo il Ponte di Rialto nel mirino del gruppo, ma anche le chiese della città, prima tra tutte San Marco, come obiettivi ideali per un loro attacco.

Alla cellula gli investigatori sono arrivati grazie ad una capillare attività di controllo del territorio, svolta in stretto coordinamento da Polizia e Carabinieri.

I quattro sono tutti cittadini originari del Kosovo e residenti in Italia con un regolare permesso di soggiorno. Eseguite anche 12 perquisizioni: dieci in centro storico a Venezia, una a Mestre e una a Treviso.

Il blitz degli uomini delle forze speciali è scattato in piena notte, quando è stata fatta irruzione nelle abitazioni degli indagati.

Intanto, dalle indagini è emerso che il kosovaro Fisnik Bekaj, 25 anni, pregava spesso nella moschea di Mestre, in via Fogazzaro. E oggi il centro culturale islamico, a maggioranza bengalese, è a rischio di chiusura ma non per causa dell’inchiesta della Procura veneziana bensì a causa dei permessi di utilizzo di questo ex negozio come luogo di culto. Per sanare alcuni abusi il Comune aveva dato ai responsabili tre mesi di tempo, in scadenza oggi.