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Sono almeno 8 i migranti morti a seguito del naufragio di un barcone diretto verso le coste italiane, avvenuto circa 9 chilometri a largo delle coste di Garabulli, 60 km ad est da Tripoli (Libia). A riferirlo è il colonnello Fathi al-Rayani, capo della Guardia Costiera: i dispersi sono oltre 100 (un dato stimato in base alla portata dell’imbarcazione di circa 120-130 passeggeri).

Ma nel frattempo si riaccende la polemica sul ruolo delle ONG e delle proprie imbarcazioni nel Canale di Sicilia, in merito alla gestione delle rotte dei migranti nel Mediterraneo e i presunti contatti tra organizzazioni e scafisti, oggetto di indagini e inchieste anche al Parlamento italiano.

A riprendere la questione è il portavoce della Marina libica, l’ammiraglio Ayob Amr Ghasem, che in una nota ufficiale formula pesanti accuse: “Chiamate wireless sono state rilevate una mezz’ora prima dell’individuazione dei barconi, tra organizzazioni internazionali non-governative che sostenevano di voler salvare i migranti illegali in prossimità delle acque territoriali libiche”.

Le barche delle ONG, secondo le accuse libiche, erano schierate pronte a ricevere i migranti direttamente dagli scafisti, con i quali erano in contatto: la marina libica è intervenuta intercettando gli scafisti e altre navi che avrebbero aperto il fuoco per poi riportare indietro circa 570 migranti.

L’ammiraglio aggiunge che le imbarcazioni colte in flagrante hanno ricevuto ordine di abbandonare le acque libiche: “Sembrava che queste Ong aspettassero i barconi per abbordarli. Le Guardie costiere (il riferimento è stato generico, ndr.) hanno preso contatto con queste Ong e hanno domandato loro di lasciare le acque territoriali libiche”.

La presa di posizione è durissima e l’accusa è quella di incentivare e aumentare la portata del fenomeno:  “Il comportamento di queste Ong accresce il numero di barconi di migranti illegali e l’audacia dei trafficanti di esseri umani. La via verso l’Europa è agevole grazie a queste ong e alla loro presenza illegittima e sospetta in attesa di poveri esseri umani”.

Secondo la Procura di Trapani, titolare dell’inchiesta in Italia, al momento non ci sarebbero però elementi probatori rilevanti. All’orario citato dalla Marina libica eran presenti quattro navi di ONG, la Prudence di Msf e le imbarcazioni di Openarms, Jugendrettet e la Seawatch.