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Per molti aspetti, il Kenya è una storia di successo in Africa. È la maggiore economia dell’Africa orientale malgrado la povertà diffusa, ospita importanti università e le sedi africane di molte multinazionali occidentali. 71 kenyoti su 100 possiedono un telefono cellulare. Resta però un paese che ha anche enormi problemi, soprattutto di stabilità politica.

Alcuni mesi fa vi si sono svolte le elezioni presidenziali, vinte da Uhuru Kenyatta in maniera dubbia e fra mille accuse di brogli. Il candidato dell’opposizione Raila Odinga, non pare avere alcuna intenzione di accettare questo risultato elettorale. Nei giorni delle elezioni violenze politiche ed interetniche hanno causato 45 morti nel paese. Inoltre il Kenya, secondo le statistiche dell’Onu ospita da anni sul proprio territorio centinaia di migliaia di rifugiati, soprattutto provenienti dalla vicina Somalia, paese vittima di una tremenda guerra civile da circa 25 anni e tormentato da carestie e attentati terroristici di matrice islamista.

Peraltro i militanti somali del gruppo islamista Al Shabaab si sono resi protagonisti di numerosi attacchi anche in città kenyote. Per quanto riguarda la composizione religiosa del paese, circa il 40% dei kenyoti sono cristiani protestanti, il 30% cattolici, il resto animisti e musulmani (questi ultimi concentrati soprattutto lungo la costa, attorno alla città di Mombasa). A causa dell’importanza geopolitica ed economica del Kenya nel continente africano, la chiesa cattolica kenyota gioca un ruolo fondamentale nel cattolicesimo africano.

I rapporti fra kenyoti cristiani e musulmani sono talvolta difficili, soprattutto a causa di alcuni recenti attacchi terroristici da parte di estremisti jihadisti contro comunità cristiane. Per esempio nel 2015 a Garissa, nell’est del paese, la locale università fu attaccata da miliziani somali di Al Shabaab e 148 studenti cristiani furono massacrati. Ancora, nel settembre 2017 nel villaggio di Bobo nel nordest del Kenya, tre uomini cristiani sono stati orrendamente decapitati da un gruppo di una trentina di jihadisti che aveva attaccato e circondato il villaggio.

L’arcidiocesi di Mombasa ha lanciato vari progetti per cercare di migliorare le relazioni islamo-cristiane, tra cui la creazione di una radio mista cattolico-islamica volta a promuovere il dialogo interreligioso e lo sviluppo sostenibile nella città. In ogni caso, la violenza degli islamisti non è certo l’unico problema che deve affrontare il cattolicesimo kenyota. Per esempio, il nord ovest del paese, territorio poverissimo abitato in prevalenza dai Turkana, un’etnia di pastori nomadi, è ancora terra di missione, con una presenza cristiana per ora molto debole. Questo soprattutto a causa della forza e tenuta delle locali tradizioni religiose animiste.

Per dare un’idea dei livelli di povertà presenti nella regione Turkana, basti pensare che perfino nel locale capoluogo amministrativo e centro commerciale, la città di Lodwar, solo il 30% della popolazione ha accesso all’elettricità nelle proprie case. I vescovi kenyoti stanno finanziando una serie di progetti per la regione Turkana, come la costruzione di missioni, cliniche e scuole cattoliche e la creazione di un gruppo di “catechisti itineranti” dotati di motocicletta e in grado così di seguire i nomadi locali nei loro spostamenti.

Al di là del caso kenyota, il cattolicesimo africano giocherà un ruolo sempre più importante nella storia futura di questa fede, soprattutto per l’elevata crescita demografica in questo continente, per le abbondanti vocazioni nelle chiese locali, e anche per la presenza in questi anni di figure intellettuali importanti nella chiesa cattolica africana, come il cardinale ghanese Peter Turkson o quello guineano Robert Sarah.