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Venerdì 8 dicembre 2017 il primo ministro britannico Theresa May e il presidente  della commissione europea Jean Claude Juncker hanno annunciato il raggiungimento di un importante accordo fra Regno Unito ed Unione Europea sulla Brexit e le forme con cui si svolgerà. Pare dunque per ora scongiurata l’ipotesi di una “Hard Brexit“, che avrebbe lasciato nel caos i rapporti fra Regno Unito ed Unione Europea con ricadute particolarmente negative sulla questione nordirlandese.

Il team europeo che si occupa della Brexit, guidato dal francese Michel Barnier e la delegazione britannica si sono accordati su diversi punti di grande importanza. Innanzitutto, il problema dello status dei cittadini britannici residenti in paesi europei, che sono diverse centinaia di migliaia, e dei cittadini europei residenti nel Regno Unito, che sono circa 3 milioni, fra cui 500.000 italiani. Si è stabilito che essi avranno il diritto di rimanere dove vivono attualmente. I diritti dei loro partner e dei loro figli saranno anch’essi salvaguardati.

Si è inoltre deciso che le corti britanniche avranno il potere decisionale sui casi riguardanti i cittadini europei residenti in Gran Bretagna, ma potranno, per un periodo di 8 anni a partire dalla data del Brexit, riferire i casi non chiari alla Corte Europea di Giustizia. Con quest’accordo tirano un sospiro di sollievo milioni di cittadini europei residenti in UK, molti dei quali temevano di perdere il proprio status privilegiato rispetto agli immigrati extracomunitari in seguito alla Brexit.

Gli europei che vivono in Inghilterra sono fondamentali per economia e società britanniche: molti di loro lavorano negli innovativi servizi finanziari della City di Londra o come medici ed infermieri nel National Health Service britannico. Tuttavia,a partire dal 2004, anno di ingresso nell’Unione Europea di molti paesi dell’Est Europa, centinaia di migliaia di polacchi, lituani, bulgari e romeni si sono trasferiti in Gran Bretagna creando una reazione xenofoba in molti settori della società inglese che ha contribuito al voto in favore della Brexit.

Sulla delicata questione del confine fra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord (controllata dalla Gran Bretagna), si è stabilito che non ci sarà un ripristino di asfissianti controlli militari, ma che l’intero Regno Unito, compresa dunque l’Irlanda del Nord lascerà l’unione doganale con il resto dell’Europa. Qui ci sono da tutelare equilibri delicatissimi: negli scontri fra cattolici e protestanti che hanno insanguinato l’Irlanda del Nord fra gli anni sessanta e il 1998 sono morte migliaia di persone.

Gli accordi di pace del 1998 hanno posto fine a questo massacro, e il confine aperto fra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, promosso dall’Unione Europea, ha favorito il commercio transfrontaliero e contribuito a calmare le tensioni fra le due comunità religiose. Eccoci alla questione finanziaria, cioè al costo che il divorzio dall’Europa avrà per il Regno Unito: a Bruxelles i negoziatori europei ed inglesi sono riusciti a trovare un accordo su una cifra che oscilla intorno ai 50 miliardi di sterline.

Inoltre ci si è accordati sul fatto che la Gran Bretagna continuerà a contribuire al bilancio dell’unione europea anche negli anni 2019 e 2020. Tutto considerato, questi negoziati di Bruxelles hanno raggiunto risultati positivi, con le parti che hanno dato prova di maturità e disponibilità al compromesso. Ora però il premier britannico Theresa May dovrà far accettare l’esito di queste discussioni alla propria opinione pubblica, cosa purtroppo non scontata data l’opposizione dei demagoghi dello Ukip e di una parte del partito conservatore che vorrebbe un Hard Brexit, cioè una rottura netta con tutto ciò che è europeo. Speriamo che al di là della Manica il buon senso finisca per prevalere.