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L’operazione anti-riciclaggio della Dia di Bologna, denominata “Malavigna“, ha permesso l’arresto di sette persone il e sequestro di beni per un valore di oltre 20 milioni di euro. È stato ricostruito l’operato di un’organizzazione criminale specializzata nel riciclaggio di ingenti capitali di provenienza illecita e nelle frodi fiscali perpetrate mediante l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti.

A capo del gruppo, secondo l’accusa, un imprenditore di Ravenna e pregiudicati contigui alla criminalità organizzata della provincia di Foggia. Gli uomini della Sezione operativa Dia di Bologna hanno eseguito nelle province di Ravenna, Foggia e Taranto, le 7 ordinanze di custodia e i contestuali decreti di sequestro emessi dal Gip di Ravenna, oltre a numerosi decreti di perquisizione. 

Il blitz è stato condotto in collaborazione con i Centri operativi di Bari, Firenze e Napoli, le Sezioni operative di Lecce e Salerno e i Nuclei di Polizia Tributaria della Guardia di finanza di Ravenna e Foggia. In manette sono finiti il noto imprenditore vitivinicolo ravennate Vincenzo Secondo Melandri e i cerignolani Gerardo Terlizzi, fratello del più noto Giuseppe, reggente dell’ex-clan Piarrulli-Ferraro, e i fratelli Pietro e Giuseppe Errico, anch’essi pregiudicati vicini al citato clan (operante nella provincia di Foggia).

Tra gli arrestati finiti ai domiciliari figura anche Roberta Bassi, compagna e socia in affari di Melandri, Rosa D’Apolito di Monte Sant’Angelo (FG) e Ruggiero Dipalo di Cerignola (FG), stabilmente al servizio dell’associazione e delle sue esigenze operative.

Melandri, conosciuto come “il re del vino”, era già stato tratto in arresto nel giugno del 2012, insieme ad alcuni soggetti legati alla criminalità organizzata foggiana, e successivamente (nel 2016) condannato dalla Corte di Appello di Bari a 4 anni di reclusione, per reati associativi finalizzati alla truffa aggravata ed ai reati fiscali, nell’ambito dell’operazione denominata “Baccus” (coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia del Capoluogo pugliese).

La Direzione Investigativa Antimafia ha accertato come Melandri, nel 2014, non appena terminata la custodia cautelare, abbia iniziato a finanziare, con parte di tali proventi, la Melandri Trading srl, per riprendere i già collaudati traffici illeciti. Il ruolo dei soggetti cerignolani consisteva invece nell’emettere, attraverso finte società vitivinicole facenti capo a dei prestanome”, fatture per la vendita di prodotti alla società Melandri Trading srl, a fronte di merci mai corrisposte. Attività questa funzionale a ripulire il denaro sporco proveniente da usura, esercizio abusivo di attività finanziarie e frodi fiscali.

In realtà, alla società di Melandri arrivava solo ed esclusivamente denaro contante (corrispondente all’importo delle fatture senza I.V.A.) con corrieri che partivano da Cerignola in auto. Successivamente, l’imprenditore romagnolo procedeva a pagare con bonifico le fatture maggiorate dell’iva.

I sistema posto in essere consentiva quindi ai criminali foggiani di riciclare il denaro sporco e di incassare gli importi corrispondenti all’I.V.A. (mai versata nelle casse erariali), e al Melandri di riciclare, a sua volta, le ingenti disponibilità finanziarie rimpatriate da San Marino e di abbattere i ricavi della sua azienda grazie alla registrazione in contabilità di costi inesistenti.

E sulle citate operazioni commerciali fittizie, fatturate per oltre 5 milioni di euro, l’azienda ravennate ha beneficiato anche di indebite detrazioni di imposta per circa 2 milioni di euro. A Melandri, inoltre, è stato contestato anche il reato di usura, avendo prestato denaro a tassi non legali a un imprenditore ravennate in difficoltà.