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Khalifa Haftar, il generale libico comandante dell’Esercito nazionale, è morto nell’ospedale di Parigi dove era stato ricoverato per un’emorragia cerebrale. Se però la notizia viene riportata da diversi organi di informazione libici, l’Esercito nazionale libico ha smentito la notizia. Di sicuro si sa che da diversi giorni si rincorrevano voci di un aggravamento delle sue condizioni di salute.

Il decesso è stato confermato al “Libya Observer” da fonti diplomatiche e da fonti delle autorità di Tripoli all’agenzia di stampa russa Ria: “Siamo stati informati del suo decesso”. L’Usmil, la missione Onu in Libia, in serata ha twittato che “L’inviato dell’Onu Ghassam Salamè ed il feldmaresciallo Khalifa Haftar hanno parlato oggi per telefono ed hanno discusso della situazione generale in Libia e gli ultimi sviluppi politici nel Paese”.

L’ambizione del 75enne Haftar era quella di fare il leader. Dal 2014 aveva assunto il ruolo di castigatore di jihadisti e Fratelli musulmani, che ha cacciato da Bengasi in maniera completa a dicembre. Ma controllava anche buona parte del Paese grazie ad appoggi di alleati stranieri – Emirati Arabi Uniti ed Egitto in testa – che gli hanno consentito di conquistare pure alcuni strategici terminal petroliferi.

Era stato fra gli ufficiali che aiutarono Muammar Gheddafi ad abbattere re Idris nel 1969 ma poi il colonnello-rais lo scaricò quando il militare si fece catturare in Ciad nell’87. Da lì Haftar guidò un fallito golpe sostenuto dalla Cia per abbattere Gheddafi e finì a vivere per due decenni da esiliato in un sobborgo della Virginia, diventando pure cittadino naturalizzato americano. Il legame con gli Usa era stato rinverdito di recente, oltre che da incontri ad Amman, con un via libera al ritorno della Cia a Bengasi.