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Gli Stati Uniti hanno bisogno di una strategia sull’Iran. In effetti per decenni questo paese del Medio Oriente ha rappresentato un costante mal di testa per le élites politiche e diplomatiche di Washington; allo stesso modo, paradossalmente, il governo iraniano ha bisogno di una strategia sugli Stati Uniti. La costante ostilità di Washington, oltre ad essere un problema militare e di sicurezza nazionale per i vertici di Teheran, rappresenta ormai  il prisma attraverso il quale il resto del mondo guarda all’Iran. Per adesso nessuno dei due paesi ha una strategia.

Gli Usa hanno delle politiche che puniscono alcuni comportamenti iraniani, con l’ambizioso scopo finale di rovesciare il regime degli Ayatollah. L’Iran, da parte sua, sembra confuso dall’approccio aggressivo dell’amministrazione Trump. C’è il grave pericolo che le tensioni fra i due paesi, le retoriche incendiarie e le provocazioni reciproche portino ad un ennesimo catastrofico conflitto in Medio Oriente. C’è dunque urgente bisogno di mitigare le ostilità. Durante la campagna elettorale del 2016, il candidato Trump ha attaccato duramente la precedente amministrazione democratica guidata da Barack Obama per il suo approccio troppo molle all’Iran; secondo Trump, Obama, con l’accordo del 2015 sul nucleare iraniano, ha permesso all’Iran di reintegrarsi nei circuiti economici internazionali e così di incamerare miliardi di dollari utilizzati per finanziare Hezbollah in Libano, gli Assad in Siria e le milizie sciite in Iraq e Yemen.

Seguendo questa logica, il Donald Trump presidente ha annunciato nel maggio 2018 l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano, e la reimposizione di sanzioni economiche contro Teheran. È improbabile che queste nuove sanzioni Usa spingano il governo della Repubblica Islamica a cambiare le proprie politiche regionali; certo, il valore della moneta iraniana, il Rial, è collassato e nel paese serpeggia un certo malcontento sociale; però cinesi, turchi, russi e indiani non hanno alcuna intenzione di allinearsi alle posizioni dell’amministrazione Trump e smettere di fare affari con Teheran. Nell’eventualità, speriamo remota, che si arrivi ad uno scontro militare diretto fra America ed Iran, le forze armate di Washington sbaraglierebbero quelle iraniane in poco tempo; non essendo però dei folli, è più probabile che il presidente Rohani e l’Ayatollah Khamenei, invece di impegnarsi in uno sciagurata azione diretta contro gli Usa, fomentino subdolamente ulteriore caos nei paesi della regione in cui vivono consistenti popolazioni sciite: lo Yemen, il Bahrein, il Libano, la Siria, l’Iraq.

Visto che sono quasi 40 anni che i rapporti tra Usa e Iran sono tesissimi (e non abbiamo nemmeno menzionato il fattore Israele, che è un problema a parte), da quando cioè lo Scià è fuggito e si è installato in quel paese un regime islamista e antioccidentale, non sarebbe forse il caso di tentare (da entrambe le parti) un approccio diverso e meno conflittuale ai rapporti bilaterali, prima che la situazione sfugga completamente di mano?