Si inaugura a Istanbul l’aeroporto “più grande del mondo”, come dice Recep Tayyip Erdogan. Si chiama “Istanbul” ed è il terzo scalo della metropoli sul Bosforo, che si aggiunge al vecchio aeroporto internazionale “Ataturk” e a quello sulla parte asiatica della città, “Sabiha Gokcen”, nome della figlia pilota di Ataturk.

Decine gli invitati tra Asia, Europa e Africa. Il Sultano sul palco aziona una cloche e fa decollare un velivolo sullo schermo dietro di lui. Il prezzo però è alto. Duecento morti, esce in prima pagina al Cumhuriyet, rimasto quasi l’unico quotidiano all’opposizione. “I morti sono 27”, replica il ministro delle Infrastrutture, Ahmet Arslan. Una cifra, precisa nella rettifica, basata su un totale di 36 mila operai impiegati in questa opera. 

L’infrastruttura è larga 77 milioni di metri quadrati, 53 mila dei quali destinati al solo duty free, che sarà lo shopping più fornito del pianeta. Consisterà, solo questa parte, di 6 settori, compresi i negozi di lusso (con alcuni fra i maggiori marchi di moda italiani) e un bazar interno con negozi tipici nell’area più tradizionale. Lo scalo è pronto a gestire 3.500 fra decolli e atterraggi giornalieri. 42 i chilometri di nastri bagagli operativi. Un parcheggio per 25 mila vetture e un’area residenziale di 100 mila metri quadrati.

L’appalto del nuovo progetto era stato affidato a cinque compagnie turche, disposte a pagare 26 miliardi di dollari l’anno per 25 anni. Ma la bella Torre di controllo è di produzione italiana. Il progetto è di Pininfarina, è a forma di tulipano (per molti secoli il simbolo della Turchia), una struttura di vetro e acciaio alta 90 metri.

“Non si tratta di un semplice aeroporto”, ha spiegato Erdogan. Per lui sono giunti a Istanbul i capi di stato, i premier e i ministri. Però per ogni grande opera c’è il risvolto della medaglia. Innanzitutto l’altissimo costo umano per arrivare a costruire lo scalo in un solo anno e mezzo. Si pensa che il numero dei caduti non verrà mai rivelato ufficialmente. Molte vittime sono operai stranieri, la cui manodopera è reclutata a basso costo. C’è pure il caso delle proteste avvenute alcuni mesi fa, quando circa 400 operai sono stati fermati dalla polizia, accusati di avere chiesto adeguamenti salariali e soprattutto migliori condizioni sanitarie, igieniche, alimentari e più navette per rientrare nelle loro abitazioni, parecchio distanti dai lavori. I giornali del governo li hanno accusati di “terrorismo”: 24 di loro sono stati arrestati per “resistenza a pubblico ufficiale”, “danneggiamento”, “violazione delle norme si sciopero e della libertà di lavoro”. Human Rights Watch ha sottolineato come 30 operai e un leader sindacale si trovino tuttora in carcere.