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Il naufragio di Lampedusa del 3 ottobre |Quando l’acqua e il fuoco spengono la speranza

Il naufragio del 3 ottobre scorso al largo dell’isola di Lampedusa è stata forse la più atroce tragedia del mare Mediterraneo. Almeno degli ultimi anni. I corpi restituiti dal mare sono stati 366 ma centinaia sono stati i dispersi, centinaia i corpi dei migranti che il mare non ha restituito. Centinaia anche i sopravvissuti, con il dolore negli occhi e nelle voci, mentre cercavano di raccontare ai mediatori della Croce rossa l’orrore che avevano vissuto. “Chi riesce a rimanere vivo – aveva raccontato un poliziotto che partecipava alle operazioni di soccorso – arriva stravolto dal mare, dalla paura, dalla perdita dei propri compagni, dalle pessime condizioni in cui hanno viaggiato per giorni”.

“I bambini morti che abbiamo raccolto – diceva Pietro Bartolo, responsabile del Poliambulatorio dell’isola che si è occupato delle ispezioni cadaveriche dei migranti annegati – indossavano i vestiti più belli, le scarpette nuove con le suole non ancora lise. Fa male vederli e immaginare il futuro che non avranno”.

Erano rinchiusi nella stiva, vi erano entrati da una botola che non avrebbe offerto possibilità di fuga nel caso di un’emergenza. Così come poi è realmente accaduto. Nella stiva è scoppiato un incendio, le coperte con cui i migranti si stavano riparando dal freddo si sono incendiate e non c’è stato scampo. Alcuni sono riusciti a scappare e hanno cercato rifugio dalle fiamme in mare. Una scelta per cui hanno pagato con la vita. In molti, infatti, non sapevano nuotare, e le acque li hanno inghiottiti.

Per giorni, i sommozzatori dei vigili del fuoco e della capitaneria di porto hanno perlustrato le acque intorno al luogo del naufragio, riportando a riva corpi su corpi che venivano accatastati in un hangar dell’aeroporto di Lampedusa. Bare di legno anonime con soltanto dei numeri per identificare le vittime. Tra lo sgomento e il dolore dei lampedusani, con le autorità regionali e nazionali atterrate sull’isola per l'”occasione”. Con tante promesse siglate con una stretta di mano al sindaco Giusi Nicolini, ma mantenute soltanto in parte: l’emergenza sbarchi in Sicilia, infatti, nonostante le operazioni di Mare Nostrum della Marina Militare, è proseguita incessante con l’arrivo della bella stagione.

Oggi quella tragedia ha dei colpevoli. La Polizia di Palermo e Agrigento ha arrestato cinque presunti scafisti, responsabili di quella tragedia. Due sono ancora ricercati. Al vertice dell’organizzazione di sarebbero un sudanese e un libico. La verità è venuta a galla, con il suo seguito di orrore e dolore: non servirà a restituire le vittime ai propri cari – molti riposano in tombe anonima nei cimiteri dei comuni della Sicilia che offrirono la propria disponibilità – ma almeno sembra che giustizia sia stata fatta.

Maria Teresa Camarda

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Maria Teresa Camarda
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