Continuano i casi di maltrattamento di tipo verbale nelle scuole. L’ultimo caso passato alla cronaca ha come vittima un bambino di 10 anni che frequenta il quinto anno della scuola elementare di Poggiofranco. Due giorni fa una delle sue maestre ha preso il suo quaderno e, mostrandolo alla classe, avrebbe detto: “Guardate cosa fa questo stupido idiota”.

Il piccolo è scoppiato a piangere ed è stato subito difeso dai suoi compagni. La madre ha deciso di querelare l’insegnante. “Alcuni genitori in passato – racconta la mamma – mi avevano già riferito di qualche frase che questa maestra era solita usare. Ma non ho voluto crederci fino a mercoledì, quando mio figlio mi ha riferito, tra le lacrime, cosa era successo”.

Il bambino è stato portato al pronto soccorso e ha parlato con una psicologa. Su Corriere.it è riportato il referto, in cui si legge: “Si testimonia lo stato di ansia reattiva dopo l’aggressione verbale ripetuta in ambiente scolastico da parte di un’insegnante”.

“Sono comportamenti inaccettabili – ha raccontato la madre al quotidiano – mio figlio è molto timido e silenzioso. È vero, è ansioso e certe volte questa ansia lo porta a stare in silenzio. Ma fa parte della sua crescita. Come si permette un’insegnante, che dovrebbe educare, a trattarlo in quella maniera? Ho ricevuto la solidarietà di molti genitori della sua classe. Questa volta l’insegnante non la passerà liscia”.

“Le ho raccontato quello che era accaduto – continua il suo racconto – avvisandola che avevo presentato denuncia nei confronti della maestra. Mi ha risposto che avrebbe parlato con l’insegnante e che sarebbe intervenuta in qualche maniera. Ma io le ho detto che mio figlio non sarebbe più tornato in quella classe fin quando ci sarebbe stata quella maestra. La preside ha l’obbligo di prendere provvedimenti perché situazioni del genere non sono accettabili. Aspetto fino alla prossima settimana, non voglio fargli perdere dei giorni di lezione, considerando che questo è l’ultimo anno e poi andrà alle medie. Ma ora mio figlio è troppo colpito da quello che è accaduto, perché non si aspettava che un’insegnante potesse identificarlo in quel modo”.