sostituto procuratore Nino Di Matteo

Resta alto l’allarme per un possibile attentato nei confronti del pm Nino Di Matteo, impegnato nel processo sulla Trattativa Stato-mafia, e salta la trasferta a Milano.

L’allarme è scattato dopo le minacce del boss Totò Riina, intercettato nel carcere di Opera a Milano. Il magistrato non si è recato nell’aula bunker del capoluogo lombardo dove oggi è in corso la deposizione del pentito Giovanni Brusca.

“Circa 20 giorni dopo l’attentato a Giovanni Falcone, Totò Riina mi disse si sono fatti sotto, mi hanno chiesto cosa vogliamo per finirla e io gli ho consegnato un papello così”, è la rivelazione shock del pentito Giovanni Brusca “Era contentissimo. Riina non mi disse a chi aveva dato il papello ma mi fece capire che alla fine era andato a finire a Mancino”.

Nuovi dettagli scottanti nella deposizione del pentito al processo sulla trattativa:  “Riina intorno a novembre del 1992 mi disse che dovevamo dare un altro colpetto per farli tornare e pensammo così di colpire Piero Grasso”, racconta Riina, svelando i particolari dell’azione: “Preparammo la chiave per aprire un tombino vicino casa della suocera di Grasso a Monreale – ha aggiunto -. Dovevamo metterci l’esplosivo. Eravamo arrivati a buon punto. Mi ero procurato il telecomando con i catanesi. Poi per un problema tecnico desistemmo e l’argomento si chiuse”.

Secondo il pentito, Riina gli avrebbe fatto capire che alcuni esponenti delle istituzioni, dopo gli omicidi dell’eurodeputato Salvo Lima e del giudice Giovanni Falcone, avrebbero chiesto al padrino di Corleone in cambio di cosa avrebbe fermato la stagione delle stragi. E Riina avrebbe risposto consegnando il papello, il documento con le richieste di Cosa nostra allo Stato. “Parlando della strategia stragista – ha aggiunto – Bagarella mi disse di andare avanti. Provenzano era perplesso e chiese come l’avrebbe giustificato con gli altri. Bagarella provocatoriamente rispose: ti metti un cartello con scritto: non so niente“.

“La strage di Capaci fu accelerata per influire sulla nomina del presidente della Repubblica”, ha rivelato Brusca. Il pentito ha raccontato che il commando inizialmente investito dell’incarico di uccidere Falcone avrebbe dovuto agire quando il  giudice era a Roma, “poi – ha aggiunto – vedendo che perdevano  tempo si rivolse a me e diede a me il compito”.

“Riina e Provenzano avevano divergenze di vedute non sull’uccidere Falcone, ma sulle modalità. – ha aggiunto –  Provenzano mostrò la volontà di ammazzarlo fuori dalla Sicilia e  Riina lo trattò a pesci in faccia e gli disse: ‘io lo devo  uccidere qua’”. “Riina voleva essere sicuro di riuscire  nell’attentato – ha spiegato – infatti mi disse di impiegare  1000 chili di esplosivo”.

“Nel corso di una riunione, nel  ’91, Totò Riina disse che dovevano morire tutti, che si voleva  vendicare, che i politicanti lo stavano tradendo. Fece i nomi di  Falcone, che era un suo chiodo fisso, di Borsellino, di Lima, di  Mannino, di Martelli, di Purpura. Disse “gli dobbiamo rompere le  corna”. Tutti ascoltavano in silenzio. Per amore o per timore”.   Lo ha raccontato il pentito Giovanni Brusca che sta deponendo,  nell’aula bunker di Milano, al processo sulla trattativa  Stato-mafia. Mentre Falcone e Borsellino andavano eliminati in quanto  nemici dei clan, secondo Brusca i politici come l’eurodeputato  Salvo Lima e l’ex ministro Calogero Mannino, dovevano pagare il  non avere fatto gli interessi di Cosa nostra.

“Mannino, ad esempio – ha detto – doveva morire perché non  aveva aggiustato, tramite il notaio Ferraro, il processo per  l’omicidio del capitano Basile. Riina mi diede l’ordine di  ucciderlo e io chiesi tempo per studiarne le abitudini”. “Si  parlò anche di Andreotti – ha spiegato – ma non nel senso di  ammazzarlo, bensì di non farlo diventare presidente della  Repubblica. Politicamente c’era tutta la volontà di metterlo in  difficoltà”.

“Per l’eliminazione di Martelli, invece, che era concreta –  ha proseguito – facemmo dei piani veri. Mandai degli uomini a  studiarne le mosse”.  Brusca ha negato che si fosse mai parlato,  invece, della volontà di ammazzare l’ex ministro Dc Vincenzo  Scotti.     “La priorità degli omicidi – ha spiegato – la decideva Riina.  Ad esempio si cominciò con Lima perché si vociferava delle  aspirazioni di Andreotti alla presidenza della Repubblica e noi  sapevamo che con quel delitto avremmo condizionato quella  vicenda. Per questo si decise di ammazzarlo allora: in realtà  nella lista di Cosa nostra Falcone e Borsellino venivano prima”.

“Da adolescente portavo i viveri al latitante Leoluca Bagarella  – racconta Brusca –  poi la mia partecipazione in Cosa nostra è stato sempre un crescendo. Sono stato affiliato  formalmente nel ’75 prima dell’omicidio del colonnello Russo al quale ho partecipato. La mia ‘combinazione’ ha seguito le  regole tradizionali del rito dell’affiliazione: hanno bruciato la santina, Riina mi ha punto il dito. Lui era il mio padrino. Mi hanno insegnato che prima veniva Cosa nostra, poi il resto.  Io questa regola l’ho seguita”.

Comincia raccontando la sua carriera criminale il pentito, che sta deponendo al processo sulla trattativa Stato-mafia in trasferta a Milano proprio per la testimonianza al dibattimento del collaboratore  di giustizia.  Brusca è teste, ma anche imputato nel procedimento in cui è  accusato di minaccia a corpo politico dello Stato.

Stessa imputazione per gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De  Donno e Antonio Subranni, per i boss Totò Riina, Leoluca  Bagarella, Antonino Cinà e l’ex politico Marcello Dell’Utri. Risponde invece di falsa testimonianza l’ex ministro Dc  Nicola Mancino, mentre Massimo Ciancimino è accusato di concorso  esterno in associazione mafiosa. Il pentito sta parlando della  gestione di Cosa nostra da parte di Riina e del ruolo del boss  Bernardo Provenzano. “Perseguivano obiettivi comuni”, ha detto  riferendosi alla guerra di mafia e all’eliminazione dei nemici  di Cosa nostra.

Un gruppo di cittadini ha organizzato un sit-in di solidarietà al Pm Nino Di Matteo davanti all’aula bunker di Milano in cui si celebra il processo sulla trattativa Stato-mafia. I manifestanti esibiscono lo striscione con scritto “Milano sta con Di Matteo”. È ormai certo che il magistrato non parteciperà all’udienza dopo il nuovo allarme suscitato dalle dichiarazioni del boss Totò Riina che, dal carcere, ha ripetutamente minacciato il pubblico ministero.