“Quella maledetta domenica…”: l’amico del cuore | racconta l’ultima notte di Riccardo Magherini

di Maria Teresa Camarda

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“Quella maledetta domenica…”: l’amico del cuore | racconta l’ultima notte di Riccardo Magherini

| giovedì 26 Giugno 2014 - 13:37
“Quella maledetta domenica…”: l’amico del cuore | racconta l’ultima notte di Riccardo Magherini

“Quella maledetta domenica ho perso il mio migliore amico”. Sacha Stancampiano, palermitano di 38 anni, ha la voce che ancora gli trema quando racconta della morte del suo amico – “era come se fosse mio fratello” – Riccardo Magherini, scomparso il 3 marzo a Firenze, mentre veniva arrestato dai carabinieri.

Poche ore dopo la morte di Riccardo, Sacha, che vive a Regaleali, nel cuore della Sicilia, era già a Firenze, per dare l’ultimo saluto al suo amico di una vita e per sostenere la famiglia Magherini nel momento della sofferenza più grande, la perdita di un figlio. Una permanenza a Firenze che poi si è protratta qualche giorno ancora per cercare di raccogliere, con l’aiuto di altri amici e di molti testimoni, le tracce dell’ultima notte in vita di Riccardo.

“Abbiamo ricostruito ogni ora di quella notte, rivivendo, con strazio, ogni movimento di Riccardo – racconta Sacha. – Cercando la verità in una storia su cui speriamo sia fatta presto luce. Perché non ci arrenderemo, noi vogliamo giustizia“, dice parlando anche a nome dei diecimila amici che hanno creato su Facebook la pagina “Gli amici del Maghero”.

Sulla morte di Riccardo Magherini la Procura di Firenze ha aperto un’inchiesta. Nel registro degli indagati sono stati iscritti i quattro carabinieri che hanno rintracciato Riccardo Magherini nel quartiere di Borgo San Frediano e lo hanno “placcato” e arrestato nel corso di “una crisi di panico”. Oltre ai militari dell’Arma sono indagati per omicidio colposo anche i cinque sanitari che prestarono soccorso.

“Riccardo quella sera aveva la febbre – racconta Sacha – e non stava abbastanza bene da poter uscire di casa. Ma l’imprenditore arabo per cui lavorava si trovava in città per un’operazione alle ginocchia, con un medico che Riccardo gli aveva presentato, e quindi non ha potuto fare altrimenti. È andato in albergo a trovarlo e poi ha portato i collaboratori dell’imprenditore a cena. Probabilmente avrà bevuto qualcosa che, con i farmaci che aveva assunto per l’influenza, avrà avuto un cattivo effetto e così, dopo cena, stava tornando a casa quando è stato colto da una crisi di panico”.

Sacha e gli altri amici hanno ricostruito tutte le fasi di quello che è successo in quelle ore drammatiche: “Consapevole di non poter guidare – racconta – ha preso un taxi, da cui è sceso perché in preda alla crisi di panico e probabilmente ha perso in quel momento cellulare e portafogli; vagava per la strada urlando “aiuto, aiuto, mi vogliono uccidere”, era in piena crisi. Ha visto una ragazza che conosceva su un’auto ferma a un semaforo ed è salito sulla sua auto, ma non le ha dato il tempo di aiutarlo che è fuggito di nuovo. Si è recato nella pizzeria di amici, il locale aveva già chiuso e allora ha sfondato la vetrina con una spallata. Probabilmente cercava un telefono per avvertire qualcuno. Poi è tornato in strada. È stato poco dopo che i carabinieri lo hanno rintracciato e fermato”. “Quando vede i carabinieri si inginocchia con le braccia alzate – racconta – e dice ‘Aiutatemi, sono una brava persona, ho un figliolo’“.

Secondo alcuni testimoni, molti dei quali hanno contattato spontaneamente la famiglia per consegnare racconti, foto e video di quel momento, Riccardo è stato “atterrato”, faccia a terra, per tenerlo fermo. “Invece di calmarlo, lo hanno placcato – dice Sacha – e abbiamo visto delle immagini in cui c’è un carabiniere che gli tiene un ginocchio sul collo. Riccardo doveva certamente avere il respiro sincopato e questa pressione potrebbe avere provocato la morte. L’autopsia parla infatti di asfissia”.

L’autopsia parla anche di tracce di cocaina nel sangue. “Ma in una percentuale tale – spiega Sacha – da capire che non era sotto l’effetto di stupefacenti quella notte. Sapevamo che ogni tanto ne faceva uso ed eravamo anche preoccupati per questo. Gli parlavamo spesso del fatto che dovesse smettere. Ma non era un tossicodipendente, piuttosto un consumatore saltuario. Hanno anche detto che era depresso per via di problemi con la moglie. È vero, era un periodo difficile, ma di quelli che tutte le coppie affrontano periodicamente. Si amavano moltissimo”.

Nei video che sono stati mostrati nel corso di una conferenza stampa organizzata dalla famiglia e dai legali a Palazzo Madama, si sentono alcuni passanti gridare ai carabinieri “No, calci, no”, e anche se le immagini non sono chiarissime, ci sono delle foto del cadavere che mostrano segni di percosse sul corpo. Starà alla magistratura stabilire se e come siano stati procurati.

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“A un certo punto Riccardo smette di parlare, di lamentarsi – aggiunge Sacha. – Si capisce che sta morendo, che è già in arresto cardiaco. La prima ambulanza arriva senza medico a bordo, i medici della seconda invece sono costretti ad agire sul corpo ammanettato perché i carabinieri non trovano le chiavi. Riccardo arriverà già morto all’ospedale”.

“Noi non abbiamo nulla contro l’Arma dei carabinieri – conclude Sacha Stancampiano – ce l’abbiamo soltanto con chi magari non sa fare il proprio mestiere. Vogliamo giustizia per il nostro amico. Vogliamo che la verità venga a galla”.

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