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Il recente caso della messa sotto controllo da parte del governo turco del giornale “Zaman“, appartenente alla società editoriale Feza, vicina al religioso in “esilio”negli Usa Fethullah Gulen (e dunque critica nei confronti del governo Erdogan ), ha riaperto il dibattito sulla libertà di informazione nel mondo, anche in quei paesi almeno formalmente democratici.

L’indice globale della libertà di stampa per l’anno 2015, rilasciato qualche tempo fa dall’organizzazione “Reporters senza frontiere”, elenca la situazione della libertà di stampa in 180 paesi, secondo una serie di criteri che includono pluralismo e indipendenza dei media, rispetto della sicurezza dei giornalisti, ambiente legislativo e istituzionale in cui i media operano. In cima alla lista ci sono, come spesso accade, tre paesi scandinavi; prima di tutto la Finlandia, seguita da Norvegia e Danimarca. Dall’altra parte della lista, i paesi peggiori per la libertà di stampa sono Turkmenistan, Corea del Nord ed Eritrea. La Francia è al numero 38, gli Stati Uniti al numero 49, il Giappone al numero 61, la Russia al numero 152, l’Iran al numero 173 e la Cina al numero 176.

L’indice 2015 mette in rilievo il deterioramento globale della libertà di informazione nel corso dell’anno 2014. La libertà di informazione, secondo “Reporters senza frontiere”, è in ritirata in tutti e 5 i continenti, minacciata da guerre, attori non statali e dalla crisi economica. Due terzi dei 180 paesi analizzati per l’Indice 2015, si sono classificati peggio rispetto all’anno precedente. Ecco alcuni esempi; in Europa Andorra è scesa dal quinto al 32esimo posto nella lista per i molti conflitti di interesse nei propri media e per le grandi difficoltà incontrate dai giornalisti nell’indagare le attività delle banche andorrane. In Asia Timor Est è crollata dal 77esimo al 103esimo posto per la dura legge sui media approvata dal governo nel 2014. Nell’Africa sub sahariana il Congo è caduto dall’82esimo al 107esimo posto per la dura caccia ai giornalisti critici del governo in carica, molti dei quali sono stati costretti a fuggire all’estero.

L’Italia è caduta dal 49esimo al 73esimo posto dopo un anno difficile per i giornalisti fra minacce della criminalità organizzata e accuse di diffamazione in tribunale. L’Islanda è crollata dall’ottavo posto al 21esimo, soprattutto per il peggioramento della relazione fra politici e media. In America latina, il Venezuela è sceso dal 117esimo al 137esimo posto, soprattutto a causa del fatto che l’esercito venezuelano ha sparato contro dei giornalisti durante manifestazioni contro il governo. La Libia è caduta dal 137esimo al 154 esimo posto; i giornalisti che lavorano in questo paese nordafricano hanno pagato per il caos che ha colpito le istituzioni libiche nel dopo Gheddafi. sono stati registrati da “Reporters senza frontiere” 7 omicidi e 37 rapimenti di giornalisti dal 2011. Di fronte a questa violenza, circa 40 persone che lavoravano per i media libici hanno lasciato il paese nel corso del 2014.

Il Sud Sudan è caduto dal 119esimo al 125esimo posto della lista, a causa della guerra civile, della radicale polarizzazione politica nel paese e dei costanti maltrattamenti ai danni dei media locali. La Russia è scesa dal 148esimo al 152esimo posto; nel paese di Putin la pressione sui media indipendenti continua ad intensificarsi, con leggi draconiane, blocco dei siti internet e messa sotto controllo governativo di molti media prima indipendenti. Nel Caucaso, l’Azerbaigian è sceso dal 160 esimo al 162esimo posto; leggi repressive sui media, l’intervento costante della polizia a chiudere i giornali indipendenti e decine di giornalisti e bloggers in carcere caratterizzano questo paese post-sovietico. Perfino i democraticissimi Stati Uniti sono scesi dal 46 esimo al 49esimo posto, soprattutto per la “guerra legale” mossa dall’amministrazione Obama all’organizzazione di Julian Assange Wikileaks, che mette a disposizione di tutti, su internet, files secretati del dipartimento di Stato Usa.

Ci sono però anche esempi di paesi in cui la situazione è migliorata e che sono saliti nella lista. Per esempio la Mongolia passa dall’88esimo al 54esimo posto, soprattutto grazie ai benefici di una nuova legge sull’accesso all’informazione. In Europa la Georgia è salita dall’84esimo al 69esimo posto nella lista; sta godendo dei frutti delle riforme liberali del nuovo governo e si sta mettendo alle spalle la guerra contro i russi del 2008. In Africa la Costa d’Avorio è salita dal 101esimo all’86esimo posto, in un clima di maggiore libertà politica dopo la guerra civile che aveva devastato la società del paese nel 2010. In Asia il Nepal è salito dal 120esimo al 105esimo posto a causa di una diminuzione della violenza delle forze di sicurezza contro i giornalisti.

In Nordafrica la Tunisia è salita dal 133esimo al 126esimo posto per la stabilizzazione politica del paese nel corso del 2014: resta però un paese in cui purtroppo molti giornalisti sono vittime di violenza. In America latina il Brasile è salito dal 111esimo al 99esimo posto nella graduatoria, a causa di un anno meno violento in cui solo due giornalisti sono stati uccisi nel paese invece dei cinque del 2013.

I conflitti sono proliferati nel 2014: Israele, Ucraina, Siria e Iraq…; tutte le parti in conflitto hanno anche combattuto una guerra dell’informazione. I media sono diventati obiettivi strategici, sono stati silenziati o usati come strumenti di propaganda. In particolare, si sono rivelati una grave minaccia per la libertà di informazione alcuni attori non statali che non esitano ad usare la violenza per far tacere i giornalisti che ne descrivono le attività: Boko Haram, lo stato islamico, i narcos messicani e ovviamente nel gennaio 2015, periodo non coperto dal rapporto, c’è stato il drammatico assalto contro la redazione di Charlie Hebdo a Parigi, che ha visto l’uccisione di sei giornalisti del settimanale satirico e riaperto un acceso dibattito in tutta Europa sui limiti della libertà di stampa e sul rapporto fra sacro e satira.