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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato mercoledì 6 dicembre 2017 il riconoscimento da parte Usa di Gerusalemme come capitale di Israele; nei prossimi mesi il dipartimento di stato Usa dovrebbe dare il via allo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Il messaggio con cui Trump annunciava questa mossa prendeva atto di un dato reale: il parlamento israeliano (detto Knesset) ha sede a Gerusalemme, così come la corte suprema del paese e le residenze ufficiali di presidente e primo ministro.

Inoltre sosteneva che così il presidente avrebbe mantenuto una promessa fatta ai propri elettori durante la campagna per le presidenziali del 2016. La Casa Bianca affermava inoltre che il presidente Usa rimaneva comunque interessato a promuovere una pace duratura, giusta ed equa per il conflitto israelo-palestinese. Lo status di Gerusalemme è motivo di contesa fin dalla guerra dei 6 giorni, avvenuta nel 1967: in seguito al trionfo israeliano sui nemici arabi in quel conflitto, la parte est della città, abitata da palestinesi, veniva occupata dall’esercito dello stato ebraico.

Fino alla svolta di Trump la posizione americana su Gerusalemme era che, fino a quando Israele avesse mantenuto la propria occupazione militare sui quartieri est della città non permettendo dunque la nascita di uno stato palestinese indipendente comprendente Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est come capitale, gli Usa non avrebbero potuto riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale dello stato ebraico. Questa posizione è ancora quella del resto della comunità internazionale (europei inclusi): per questo tutti i paesi del mondo che hanno relazioni diplomatiche con Israele mantengono le proprie ambasciate nel paese a Tel Aviv e non a Gerusalemme

È chiaro che la scelta del presidente Usa non indica l’inizio di una nuova strategia americana per il Medio Oriente, ma è dettata da considerazioni di carattere puramente interno ed elettoralistico; Trump vuole galvanizzare la base del partito repubblicano, composta in buona parte da cristiani di orientamento protestante-evangelico, molto legati allo stato d’Israele per complesse ragioni teologiche. Forse l’amministrazione Trump punta anche a guadagnarsi il favore della numerosa comunità ebraica statunitense, che da decenni tradizionalmente vota in massa per i democratici.

I palestinesi hanno reagito all’annuncio americano con manifestazioni di protesta, sassaiole e scontri con l’esercito israeliano sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania; quattro di loro sono morti in questi scontri. Il debole Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese che controlla solo alcune città della Cisgiordania, ha protestato in maniera veemente, rifiutandosi qualche giorno dopo di incontrare il vicepresidente Pence in visita ufficiale nella regione. Ad oggi, malgrado queste tensioni, l’annuncio di Trump non sembra aver incendiato un Medio Oriente già provato dalle guerre civili intra-arabe in Siria, Iraq, Yemen e Libia.

Paradossalmente chi ha più da perdere da questa nuova situazione sono proprio gli israeliani, che, guidati da un governo di destra non interessato alla pace con i palestinesi, negli ultimi anni avevano proceduto con una politica di “ebraicizzazione” di Gerusalemme est e della Cisgiordania, insediandovi migliaia di ebrei in quartieri ed insediamenti appositamente creati. L’attuale premier israeliano Netanyahu, che punta a mantenere la questione palestinese al fondo delle priorità della comunità internazionale, rischia, per colpa della mossa di Trump, di vedersela riesplodere in faccia, soprattutto per il valore simbolico di Gerusalemme per miliardi di musulmani e cristiani nel mondo.