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Uno schiaffo senza precedenti all’amministrazione Trump da parte del fronte democratico. Il Senato degli Stati Uniti ha infatti votato contro il provvedimento per finanziare il governo optando per il temutissimo “shutdown”, la chiusura di tutti gli uffici amministrativi federali.

A nulla sono valsi i disperati negoziati condotti in aula per scongiurare la figuraccia internazionale: “Non si mette bene per i nostri ottimi militari o per la salvaguardia e la sicurezza della nostra pericolosa frontiera sud. I dem vogliono lo shutdown per sminuire il gran successo dei tagli alle tasse e ciò che comportano per la nostra economia in crescita”, scrive Trump su Twitter.

La portavoce Sarah Sanders attacca: “Non negozieremo lo status di cittadini illegali mentre (i democratici) tengono i nostri cittadini ostaggio di richieste incoscienti. Questo è comportamento da ostruzionisti, non da legislatori”, si legge in un comunicato.

Eppure c’è chi ha provato, sponda dem, a evitare il peggio rompendo la linea del partito. È il caso del senatore democratico Doug Jones, l’uomo capace di mandare k.o. il repubblicano Roy Moore in Alabama. Contro lo shutdown hanno poi votato Heitkamp (North Dakota), Donnelly (Indiana) e Manchin (West Virginia).

Secondo molti analisti, sarebbe stato proprio Trump a condizionare negativamente i negoziati sulla legge di bilancio rifiutando una bozza di accordo che tentava di mediare tra le posizioni di chiusura verso le istanze dei “dreamers” e le ormai note promesse da campagna elettorale, come il muro al confine con il Messico e la severissima legge sull’immigrazione.

Le pesanti accuse di razzismo piovutegli addosso per aver parlato dei  famosi “cessi di Paesi”, ha poi incrinato definitivamente ogni possibilità di dialogo. L’ultima “serrata” obbligata durò 16 giorni e si verificò nel 2013 in occasione del tentativo dei repubblicani di arrestare l’Obamacare.