Sembra che nessuno, a Washington, abbia dato il meglio di sé. Né i senatori che, dopo i singoli interventi, disertavano l’aula. Né i deputati, scettici e incerti quanto scontati nel porre le domande. Né Zuckerberg, tentennante, ripetivo e piuttosto emozionato, nonostante i lunghi giorni di preparazione.

Insomma, le audizioni si sono concluse. E tessere un bilancio sugli ultimi due giorni di Capitol Hill potrebbe risultare difficile. O forse no.

Zuckerberg in senato: accuse di monopolio e (poche) domande incandescenti

10 aprile, Washington. 44 contro 1: i senatori osservano il re di Facebook, tesissimo, circondato dai fotografi. E lo condannano a 5 – estenuanti – ore di audizione. Ore che fiaccano il ceo e non convincono il Senato americano, ma fanno (finalmente) sorridere Wall Street. Le risposte di Zuck rassicurano i mercati e le azioni di Menlo Park, lentamente, salgono.

Ha 33 anni e non è un ragazzino. Ma Facebook, quando era Facemash, l’ha creato da ragazzino. Mark Zuckerberg lo sottolinea continuamente, davanti alle due commissioni del Senato. Come a volersi giustificare di qualche errore infantile. Mossa studiata, forse, dai coach che l’hanno ‘educato’ per renderlo più affabile. Ad ogni modo, qualche senatore spreca il colpo in canna. E si gode due minuti di tu per tu col miliardario più giovane nella storia dei miliardari. Qualche altro, invece, centra il bersaglio. “Se non voglio comprare una Chevrolet, compro un’altra auto. Ma se non voglio usare Facebook, cosa uso? Quali sono i vostri concorrenti?”. Così il senatore Graham incalza Zuckerberg con la (non troppo) velata accusa di monopolio. Il ceo risponde con disarmante semplicità: “A me non sembra proprio di essere in monopolio”. Insomma, la partita volge a favore dell’impero-Facebook. Anche se, più volte, Sua Maestà esita. Come di fronte all’incandescente domanda di Kamala Harris. La senatrice chiede se i vertici di Menlo Park abbiano mai discusso di informare gli utenti del trattamento improprio dei dati di 87 milioni di profili. La risposta di Zuckerberg fa sorridere qualche senatore: “Non lo so”. Ed è questa superficialità che l’ha portato fino a Capitol Hill.

Le rivelazioni della Camera: anche Zuck tra i profili violati da Cambridge Analytica

L’esordio di Mr Zuckerberg, alla Camera, è identico a quello dell’audizione precedente. Letteralmente, identico. Come l’assunzione di colpa e l’annuncio di voler andare fino in fondo contro Cambridge Analytica e simili. Insomma, si spera – in estrema sintesi – che non ci sia mai un datagate bis.

Ma, oggi, c’è una novità. Ad ottenerla, per il mondo che guarda Washington, è Anna Eshoo, deputata democratica della California. “Tra i dati violati da Cambridge Analytica c’erano anche i suoi?”, domanda la Eshoo. E il timido grande capo, questa volta, non tentenna. “Sì”, risponde sonoramente Zuckerberg. E la rivelazione appare piuttosto sorprendente, soprattutto dopo che TechCrunch aveva svelato una misteriosa opzione-fantasma concessa su Facebook ai soli executive. “Credo che sia inevitabile la necessità di alcune regole”, ammette poco più tardi, incalzato dai deputati su tutti gli eventuali limiti delle startup. La strategia di Menlo Park è, oggi, chiarissima: Facebook è colpevole, ma non colpevole quanto Cambridge Analytica.

Il bilancio finale

Determinare un vincitore, in questo braccio di ferro, è impossibile. O, probabilmente, soltanto prematuro. Certo, a Zuck possiamo perdonare qualche defaillance, in ore ed ore di torchio da parte di senatori (anche) impreparati. Ma dovremmo anche assolvere le assurde domande complottiste del senatore Cruz? Sì, Ted Cruz ipotizza tendenze democratiche in Facebook (che peraltro non sono esattamente una novità in Silicon Valley). Ma un’accusa di non neutralità da uno come Cruz non può essere presa sul serio.

Zuckerberg sorride, mentre scende dal Campidoglio. Non è soddisfatto, ma è sollevato. Ha dimostrato che Facebook non è la punta dell’iceberg. Ѐ solo l’onda agitata di un mare in tempesta. E il mare in questione si chiama internet. A cosa siamo disposti a rinunciare per proteggere la nostra privacy?