Gentiloni a Montecitorio

Il mondo guarda con attenzione sempre crescente alla Siria. I missili sui cieli di Damasco hanno illuminato il buio del Medio Oriente. E hanno fatto più rumore di tutti i morti di questa guerra infinita.

Anche l’Italia guarda alla Siria e ci tiene a ribadire la sua non neutralità. A parlare è Paolo Gentiloni, premier di un governo dimissionario che, rivolto al parlamento, ha ricordato (a noi e a tutti) la posizione di Roma.

Il discorso alla Nazione

L’emiciclo di Montecitorio è gremito. Paolo Gentiloni non sta parlando al Parlamento, ma alla Nazione. Ci sono tutti. A fianco del premier, sui banchi del governo, Galletti, la Boschi, Minniti, la Finocchiaro, la Lorenzin. “L’Italia non è un paese neutrale”, esordisce Gentiloni. E riceve gli applausi del Pd. Ma anche quelli dei forzisti. I pentastellati, invece, restano immobili. Come Luigi Di Maio che, da qualche giorno, è inspiegabilmente diventato un atlantista, dopo aver tessuto le lodi di Putin per tutti gli anni della sua carriera politica. Ad applaudire Gentiloni c’è anche il reggente dem, Maurizio Martina che, oggi, è sceso dall’Aventino per la chiamata alle armi.

“L’Italia è da sempre un coerente alleato degli Stati Uniti, chiunque sia a governarli”, prosegue il presidente del Consiglio. E Montecitorio continua ad applaudire. Il messaggio è chiaro: la Russia è colpevole di aver violato il diritto internazionale. E va frenata. Anzi fermata. Senza, in ogni caso, rinunciare al dialogo nei confronti del Cremlino. Nessuna parola di condanna, dunque, per i raid aerei di domenica scorsa. Anzi. “Ѐ stata una risposta motivata, mirata e circoscritta”, afferma Gentiloni. E si prende (di nuovo) l’ennesimo applauso.

Il discorso alla Nazione si colora, poi, di indignazione. “Siamo di fronte a una guerra orribile e a un regime orribile”, annuncia. Un regime che, si intuisce, ha usato armi chimiche contro i suoi stessi civili. E se a segnalarlo è il SOHR (Osservatorio siriano per diritti umani), l’Italia deve fidarsi per forza. Soprattutto perché la sede del Sohr è in Inghilterra, non troppo lontano da Damasco. E neppure da Aleppo, da Afrin, da Douma. “Credo che non possiamo accettare che a 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale si torni a legittimare l’uso delle armi chimiche”, riprende il premier. E concorda con la May che, prima, aveva concordato con Trump. Ed entrambi erano concordi con Macron. Insomma, concordia omnium sulla linea della NATO. Ma, come aveva preannunciato, l’Italia non sarebbe disposta a permettere alcuna escalation di violenza. Per questo, da Sigonella domenica non è partita alcuna azione militare. “Abbiamo anzi esplicitamente condizionato la nostra disponibilità ad attività di supporto logistico”, ha concluso Gentiloni. Non siamo neutrali, apprezziamo l’iniziativa, ma siamo contrari a partecipare e, quindi, ci limitiamo a fornire supporto logistico. Così, in sintesi, il premier alla Nazione. Poi, tace. E l’aula applaude.

Le risposte ‘politiche’: Grillo, Fassino, Picchi e Meloni

A infrangere il meditativo silenzio di Montecitorio, ci pensa Giulia Grillo. E si fa portavoce di un M5S che, ormai da qualche giorno, ha smesso di fare l’occhiolino a Mosca. Ma la Grillo è risoluta: “C’è un improcrastinabile bisogno di un governo legittimato che riporti il nostro Paese al centro geostrategico e sia ponte tra Oriente e Occidente”. La grillina evoca lo spirito (o lo spettro) di Pratica di mare che, dopo le consultazioni dello scorso 12 aprile, troverà certamente la lode di Salvini. Anche se i leader continuano a litigare. Meno chiaro l’intervento di Piero Fassino che, subito dopo la Grillo, ha parlato a nome del Pd: “Per contare si deve parlare con una sola voce ed agire con una sola mano”. Che significa subire una decisione o concertare una decisione? Fassino ci lascia nel dubbio e concede la parola a Guglielmo Picchi. “Non saranno le bombe a riportare la pace”, dichiara cristallino il leghista. Più critica, invece, Giorgia Meloni. “Avanziamo riserve sulle parole espresse in quest’aula”, ha esordito la leader di FdI e, poi, ha aggiunto: “Perchè dire ‘noi non partecipiamo all’attacco’ e dall’altro sostenere che quell’attacco era legittimo e chi è contrario è perchè ‘è amico di Putin’ è una ricostruzione un po’ bambinesca”.

Insomma, l’Italia sentiva il bisogno di parlare. E ha parlato. Certo, le parole non salveranno nessuno. Esattamente come i missili di domenica.