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Australia, tante luci poche ombre

di Giuseppe Citrolo

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Australia, tante luci poche ombre

| giovedì 01 Novembre 2018 - 20:49
Australia, tante luci poche ombre

Qual’è il più grande problema che devono affrontare oggi le democrazie avanzate? Cosa turba i sonni dei politici americani, giapponesi, francesi e britannici?

Le opinioni sono varie, naturalmente, però alcune preoccupazioni sono largamente condivise: decenni di bassa crescita dei redditi medi, grandi debiti pubblici, popolazioni che invecchiano, l’immigrazione di massa che ha causato l’ascesa dei populisti.

Esiste però un paese avanzato in cui i redditi di tutti crescono da anni, il debito pubblico è basso, il welfare funziona. E l’immigrazione di massa non genera reazioni isteriche. Si chiama Australia.

Non e’ un paese che sia particolarmente studiato all’estero o che attragga particolari attenzioni, forse perché è lontano geograficamente o perché ha solo 25 milioni di abitanti.

In ogni caso, l’economia australiana è quella di maggiore successo nel mondo sviluppato. E’ cresciuta per 27 anni di fila senza recessioni; la sua performance è addirittura tre volte migliore di quella dell’economia tedesca. Il reddito medio degli australiani è cresciuto quattro volte più che in America.

Il debito pubblico australiano è solo al 41% del pil, mentre quello italiano è al 130% circa. Certo, c’e’ stata anche una componente di fortuna: gli australiani hanno ampie riserve di ferro e gas naturale che vendono ai cinesi, affamati di materie prime. Però hanno aiutato politiche intelligenti: dopo l’ultima recessione che colpì l’economia australiana nel 1991, il governo dell’epoca riformò e semiprivatizzò i sistemi sanitario e pensionistico, rendendoli migliori.

Abbastanza incredibile, considerato il clima politico in Europa e negli Stati Uniti, è poi la tolleranza che gli australiani hanno per l’immigrazione di massa verso il proprio paese.

Il 29% degli australiani è nato all’estero. La metà degli australiani sono immigrati o figli di immigrati e la maggior parte di questi immigrati non viene più da Regno Unito, Irlanda o altri paesi europei, ma dall’Asia, cosa che sta rapidamente cambiando il volto razziale del paese.

Si paragoni tutto ciò alla situazione in America, Gran Bretagna o Italia, dove flussi migratori più piccoli hanno generato l’ostilità di una grande fetta di elettorato, o in Giappone, dove malgrado la crisi demografica l’accoglienza di immigrati stranieri resta inaccettabile per la maggioranza della popolazione.

Negli ultimi anni, malgrado le crescenti tensioni fra queste due superpotenze, i politici australiani sono riusciti a bilanciare le relazioni del proprio paese con gli Stati Uniti e con la Cina.

Gli Stati Uniti sono dai primi anni cinquanta il fondamentale alleato militare dell’Australia. I due eserciti e le due intelligence cooperano quotidianamente fianco a fianco. Ogni anno ci sono grandi esercitazioni militari che coinvolgono la Marina australiana e quella americana; a Darwin, nel nord del paese negli ultimi anni i marine Usa hanno costruito un importante base.

E le multinazionali americane restano importantissimi investitori nell’economia australiana. D’altro canto, la Cina è oggi il primo partner commerciale degli australiani. Moltissimi voli collegano quotidianamente i due paesi. Oltre un milione di australiani sono di origine cinese, il mandarino è la seconda lingua più parlata nel paese dopo l’inglese e i cinesi sono la prima nazionalità fra i turisti che visitano l’Australia e fra gli studenti stranieri nelle università australiane.

Tutto bene dunque, laggiù a Sidney? No, ovviamente. Nulla essendo perfetto a questo mondo, anche la società australiana ha i suoi problemi.

I discendenti degli aborigeni, gli abitanti indigeni del paese, sono ancora molto discriminati e hanno tassi di incarcerazione e delinquenza giovanile spaventosi. C’è un pò di instabilità a livello di governo federale, con primi ministri che cambiano continuamente.

Infine l’Australia non sta affrontando seriamente il problema del cambiamento climatico: emette molti gas serra, malgrado il fatto che la sua agricoltura soffra per le sempre più frequenti siccità dovute al riscaldamento globale.

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