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Addio a Lou Reed, bohémien del ventesimo secolo | Il rock piange uno dei suoi pilastri

Tante volte aveva camminato su quel lato selvaggio della strada, vivendo come un bohémien del ventesimo secolo in quella New York borderline che tanto bene aveva saputo tratteggiare. Situazioni al limite che lo avevano portato spesso a un passo da situazioni che sarebbe un eufemismo definire pericolose. Ma stavolta Lou Reed non ce l’ha fatta. E’ morto all’età di 71 anni  Non è ancora nota la causa della morte ma lo scorso maggio il cantautore americano aveva subito un trapianto di fegato. Ironia del destino il suo decesso arriva di domenica mattina, chiudendo il cerchio con la prima canzone del suo primo album, dal titolo quasi profetico: Sunday Morning.

Lou Reed è il principale autore di quel disco di importanza seminale che risponde al nome di “The Velvet Underground & Nico”, pubblicato nel 1967 con quell’iconica banana in copertina opera di Andy Warhol. E fu proprio la mente della Pop Art a prenderli sotto la sua ala protettrice facendo del gruppo guidato da Reed la band di punta della sua Factory, luogo di ritrovo di intellettuali, artisti, musicisti di ogni estrazione e capitani di ventura. Insieme a John Cale, Sterling Morrison, Maureen Tucker e l’algida bellezza della tedesca Nico, partorirono un disco spiazzante tanto che all’epoca passò quasi sotto silenzio. Per poi crescere pian piano insieme alla popolarità del suo mentore.

Reed narrava storie di aperta dipendenza dalle droghe in epoca di facili censure, costellava il suo universo poetico di spacciatori, transessuali, prostitute e personaggi da zona grigia, discuteva tranquillamente di perversioni sessuali senza porsi limiti. Difficile da incasellare, Lou Reed. Di famiglia benestante, sceglie senza costrizioni di vivere a fondo la New York al limite descritta poi nelle sue canzoni. Bisessuale dichiarato, da giovane rimase profondamente segnato dalla terapia dell’elettroshock subita, praticatagli per “combattere” la sua bisessualità.

Le sue esperienze di vita gli permisero di sviluppare un tratto poetico molto particolare e forse unico nell’ambito rock. Da molti considerato come l’anticipatore di certe tendenze, glam e punk su tutte, ha generato almeno tre album fondamentali da solista. Quel “Transformer” prodotto da David Bowie e Mick Ronson che coniuga la sua arte ambigua con il glam rock imperante in quegli anni (era il 1972). In un solo album almeno quattro canzoni capolavoro: “Walk on The Wild Side”, “Perfect Day”, “Satellite of Love” e “Vicious”. Ispirazione proseguita con il seguente “Berlin”, uscito l’anno successivo e concept album sulle vicende di una coppia di amanti sullo sfondo di una Berlino decadente. In tanti lo hanno definito uno degli album più tristi mai pubblicati, ma la title-track, le due versioni di “Caroline Says” e “The Bed” fanno parte a pieno titolo dei suoi momenti migliori. Chiude il trittico “Metal Machine Music”, coniugazione sperimentale di rock, noise, rumoristica e musica concettuale d’avanguardia.

Nel 2011 la sua ultima opera al fianco dei Metallica, quel “Lulu” dai risultati alterni. Doppio album lungo e prolisso, in diversi episodi ha risentito delle differenze enormi di genere, stile e approccio. Ma in alcuni casi la magia è scattata producendo ottime canzoni come la potente “Iced Honey”, l’evocativa “Brandenburg Gate” e la conclusiva “Junior Dad”. Può essere considerato il testamento di una delle figure  più influenti della storia del rock e della musica intera, il cui ricordo vivrà in eterno tra i solchi dei suoi capolavori.

Domenico Giardina

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Domenico Giardina
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