Omicidio Yara, i cinque punti dell’accusa | Dalle celle telefoniche al “giallo” del Dna

di Redazione

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Omicidio Yara, i cinque punti dell’accusa | Dalle celle telefoniche al “giallo” del Dna

| sabato 21 Giugno 2014 - 12:43
Omicidio Yara, i cinque punti dell’accusa | Dalle celle telefoniche al “giallo” del Dna

Si rafforza l’ipotesi che Massimo Bossetti possa avere pedinato Yara Gambirasio per giorni, prima della morte della ragazzina di Brembate Sopra. Sarebbe successo almeno tre volte secondo i dati raccolti dall’analisi delle celle telefoniche da parte degli specialisti della Sco e dei Ros. Insomma, Bossetti avrebbe “puntato” la sua vittima, studiandone gli spostamenti, appostandosi e rapendola la sera del 26 novembre 2010, quando Yara scomparve. Questo è uno dei cinque punti su cui l’accusa sta costruendo la sua tesi.

Oltre ai dati relativi al cellulare, ci sono le polveri di calce trovate nei polmoni di Yara, il Dna di Bossetti sugli slip della ragazza,  le incongruenze nel racconto dell’indagato e le bugie” di Ester Arzuffi, la madre dell’uomo. Proprio dalla vicenda dolorosa del padre biologico di Bossetti – che secondo i plurimi test del Dna non è il marito della Arzuffi bensì Giuseppe Guerinoni, autista di Gorno morto nel 1999 – arriverebbe un nuovo indizio.

Durante l’interrogatorio, Bossetti dopo essersi dichiarato innocente ha detto ai pm: “Quando venne fuori la storia che l’assassino era il figlio illegittimo di Guerinoni andai da mia madre e le chiesi se lo conosceva”. Un’ammissione che per gli inquirenti sarebbe indicativa della volontà di Bossetti di capire se l’inchiesta poteva puntare su di lui.

I giudici non hanno alcun dubbio sull’attendibilità dei test del Dna che hanno portato ad individuare “Ignoto 1” e adesso provano a ricostruire quello che è successo in quel novembre di quasi quattro anni fa. A partire dal perché il telefono di Bossetti il 26 novembre si trovava nella stessa area di Yara mentre la ragazzina andava in palestra e nella zona della palestra mentre lei faceva ginnastica.

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