Celiachia, scoperta una nanoparticella che la blocca

di Rosanna Pasta

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Celiachia, scoperta una nanoparticella che la blocca

| venerdì 25 Ottobre 2019 - 14:08
Celiachia, scoperta una nanoparticella che la blocca

La celiachia ha i giorni contati. Da uno studio è emerso che è possibile debellarla con una cura, che potrebbe addirittura essere risolutiva. Si tratterebbe di iniettare nel corpo una nanoparticella biodegradabile e contente glutine, capace di “ingannare” gli anticorpi e bloccare la celiachia.

Grazie a questa innovativa terapia sperimentale pazienti con celiachia hanno potuto mangiare glutine per 2 settimane senza risentirne a livello intestinale.

È il risultato ottenuto in una sperimentazione clinica di fase II condotta presso la Northwestern Medicine che sarà resa nota in occasione della conferenza “European Gastroenterology Week” in corso a Barcellona.

Celiachia, la nanoparticella che inganna gli anticorpi

La nanoparticella riesce ad “ingannare” gli anticorpi. Così con la nuova terapia l’organismo riconosce il glutine come una sostanza innocua.

Attraverso il “nanodispositivo” infatti il paziente impara a riconoscere il glutine come una sostanza innocua e in questo modo evita reazioni autoimmuni.

Il sistema immunitario dei pazienti celiaci riconosce come “nemico” la principale componente proteica del grano, cioè il glutine. Per difendersi, quindi, sferza una reazione autoimmune che danneggia le pareti intestinali.

Cresce il numero dei celiaci

Il numero dei celiaci è in crescita. Lo ha riferito di recente in occasione del Convegno Annuale “The Future of Celiac Disease” dell’Associazione Italiana Celiachia.

Secondo la ricerca un nuovo studio italiano indica che il numero di pazienti è in crescita, specialmente in alcune aree metropolitane, e sta sfiorando il 2%, portando il numero complessivo dei casi vicino ad un milione. Alla luce dei nuovi dati, i casi diagnosticati a oggi sarebbero appena il 20% del totale.

La celiachia è un disturbo che ancora non si conosce bene del tutto. O meglio, molti pazienti tardano a riconoscerne gli effetti, così si trascinano per anni una malattia non diagnosticata correttamente. Per questo motivo si suppone che manchino ancora all’appello molti pazienti.

Se, infatti, da un lato nei bambini con sintomi classici la diagnosi può arrivare anche prima di due anni di vita, in molti adulti con segni meno usuali si può aspettare anche più di 6 anni. A oggi, di fatto, chi soffre di celiachia può tenere a bada la malattia solamente evitando di ingerire cibi contenenti glutine.

Una cura risolutiva all’orizzonte

Una soluzione alla celiachia c’è e potrebbe trattarsi di una cura risolutiva. Almeno questo è quanto promettono alcuni test di un nuovo studio Usa.

Gli esperti hanno creato questa nanoparticella che si comporta come un cavallo di Troia. Iniettata nel sangue dei pazienti, infatti, mette specifiche cellule immunitarie – i macrofagi – a contatto con il glutine che custodisce al suo interno.

I macrofagi a questo punto fungono da difesa perché “avvertono” altre cellule immunitarie dell’innocuità della proteina del grano, evitando così reazioni avverse.

In questo modo si crea una desensibilizzazione, ovvero una tolleranza immunologica al glutine. I test clinici hanno dimostrati che i pazienti trattati con la nanoparticella hanno potuto consumare glutine per 14 giorni senza avere alcuna reazione infiammatoria autoimmune nell’intestino, cosa che invece avviene ogni qualvolta un soggetto celiaco consuma glutine.

Metodo innovativo

“È uno studio del tutto innovativo – afferma in un commento Giovanni Cammarota, associato di Gastroenterologia del Dipartimento di Medicina Interna e Gastroenterologia della Fondazione Policlinico A Gemelli IRCCS, Università Cattolica di Roma – una specie di desensibilizzazione al glutine, simile all’approccio in uso oggi con alcune allergie. È chiaro che questo è uno studio pilota che andrà ulteriormente verificato su più pazienti e per una durata maggiore del follow up (14 giorni sono pochi) – continua Cammarota – bisognerà vedere se l’approccio potrà funzionare nella pratica clinica, ma di certo – ribadisce l’esperto in conclusione – si tratta di metodo innovativo, e rappresenta senz’altro un modo alternativo alla modalità attuale di trattamento che è la dieta priva di glutine”.

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