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Il metodo Stamina non ha validità scientifica | Lo scrive la Corte di Cassazione

di Redazione

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Il metodo Stamina non ha validità scientifica | Lo scrive la Corte di Cassazione

| venerdì 05 Giugno 2015 - 18:47
Il metodo Stamina non ha validità scientifica | Lo scrive la Corte di Cassazione

Le infusioni somministrate con il metodo Stamina sono “pericolose o comunque non sicure per la salute umana”. Lo scrive la sesta sezione penale della Cassazione spiegando perché, il 21 aprile scorso, confermo’ il sequestro preventivo dei materiali depositati presso gli “Spedali civili” di Brescia. La Suprema Corte rileva che al metodo Stamina “non può annettersi validità scientifica“: allo stato, si legge in una delle sentenze depositate oggi, “non vi sono risultati consolidati ne’ sul tipo di cellula da utilizzare, ne’ sulla via di somministrazione ne’ sulla capacita’ di differenziazione e neppure sul reale beneficio clinico determinato da questo tipo di trattamenti”.

I giudici di legittimita’ aggiungono che “deve riscontrarsi una serie di gravi violazioni sia delle norme sulla fabbricazione dei medicinali per terapie avanzate, somministrati con il predetto metodo, sia delle norme sulla qualita’, tracciabilita’ e farmacovigilanza dei prodotti”.

Tra i rischi segnalati nella sentenza, la “contaminazione batterica”, “ematoma o emorragia”, “infezione”, “insorgenze di patologie legate a una regolazione immunitaria”, legati alle “attivita’ di estrazione e re-inoculazione delle cellule staminali poste in essere senza le dovute precauzioni e al di fuori delle procedure richieste dalla legge, non solo nel periodo immediatamente susseguente all’infusione, per le caratteristiche di non purezza e di inidoneita’ del prodotto, ma anche in periodi successivi e lontani dall’infusione, per la possibilita’ di insorgenza di processi proliferativi difficilmente prevedibili”.

Infatti, sottolinea la Corte, “circa il 25% dei pazienti di cui è stato possibile consultare le cartelle cliniche e le schede di monitoraggio ha presentato eventi avversi, nel 14% dei casi anche gravi”.

 

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