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Via D’Amelio, Fiammetta Borsellino: “Tredici domande per la verità”

di Redazione

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Via D’Amelio, Fiammetta Borsellino: “Tredici domande per la verità”

| mercoledì 18 Luglio 2018 - 10:40
Via D’Amelio, Fiammetta Borsellino: “Tredici domande per la verità”

Alla vigilia del ventiseiesimo anniversario della strage di via D’Amelio, Fiammetta Borsellino denuncia silenzi e mezze verità: “Ancora aspettiamo dalle istituzioni, e non solo, risposte mai arrivate”, scrive su Repubblica la figlia del magistrato ucciso da Cosa nostra, Paolo Borsellino. Fiammetta parla di “un depistaggio iniziato allora, ordito da vertici investigativi e accettato da schiere di giudici”.

“Ci sono domande, domande che io e miei fratelli Manfredi e Lucia non smetteremo di ripetere, che non possono essere rimosse dall’indifferenza o da colpevoli disattenzioni“. Perché non sono state adottate “tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra?”.

Via D’Amelio, Fiammetta Borsellino e la verità sulla strage

“Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul ‘tritolo arrivato in città’ e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino?”, prosegue Fiammetta. “Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire?”.

Fiammetta Borsellino punta poi l’attenzione sulla mancata protezione della scena della strage che permise la sottrazione della famosa agenda rossa: “Perché Giuseppe Ayala, allora parlamentare, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti”. 

Perché si puntò sul falso pentito Scarantino “(indicato dall’intelligence come vicino a esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?“. E infine, “perchè i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima tra Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano?”. 

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