Stato-mafia, parla il teste Paolo Bellini: | “L’Arma mi ha fatto intavolare una trattativa parallela”

di Redazione

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Stato-mafia, parla il teste Paolo Bellini: | “L’Arma mi ha fatto intavolare una trattativa parallela”

| martedì 11 Marzo 2014 - 17:29

Al processo sulla trattativa Stato-mafia è stata la giornata di Paolo Bellini l’ex esponente della ‘ndrangheta vicino all’eversione nera, sentito come teste nell’aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma. Secondo quanto riferito da Bellini, “il maresciallo dell’Arma Roberto Tempesta mi chiese di fare da infiltrato all’interno di Cosa nostra con la scusa del recupero di opere d’arte. Operazione che sarebbe potuta partire solo dopo l’autorizzazione dell’allora colonnello Mori che era al Ros”.

Bellini sarebbe stato il protagonista di una trattativa parallela tra mafia ed esponenti dei carabinieri. “Ero schifato dopo la strage di Capaci – ha dichiarato Bellini -, capivo che si doveva fare qualcosa anche perché io non sono mai stato un terrorista. Ad agosto del 1992 vidi Tempesta, che era al Nucleo Tutela Patrimonio Artistico. Già ci eravamo conosciuti e lui lanciò lì la proposta dicendo che doveva passare attraverso Mori. Arrivò l’ok del colonnello e io andai in Sicilia a contattare un mio vecchio compagno di cella, Antonino Gioè (boss stragista morto suicida in carcere ndr) “.

Gioè mi parlò di una trattativa in corso coi piani alti del Governo italiano – ha rivelato – ma non ne ho mai parlato perché dovevo tenermi qualche cartuccia da sparare durante i processi”.

A Gioè Bellini  ha dato una busta con l’elenco delle opere da recuperare. “Gli specificai – ha aggiunto – che il mio interlocutore era il ministero dei Beni culturali, lui mi chiese se per caso mi mandava la massoneria e che in quel caso non c’erano problemi perché aveva direttamente la possibilità di avere rapporti con la massoneria trapanese”.

“Quando chiesi ad Antonino Gioè di farmi recuperare alcune opere d’arte rubate a Modena – ha proseguito Bellini – ebbi poco dopo la sua risposta. Mi disse che poteva aiutarmi a ritrovare altri quadri di cui mi diede le foto ma, che in cambio, dovevo vedere se potevo fare avere benefici carcerari ad alcuni mafiosi di cui mi scrisse i nomi in un foglietto. C’erano Bernardo Brusca, Luciano Liggio, Pippo Calò ed altri”.

“Quando diedi il biglietto al maresciallo Tempesta – ha aggiunto – mi disse: ‘questo è il gotha della mafia, per tutti non si può fare, ma tu tieni aperto il canale, casomai vediamo se si possono fare avere gli arresti ospedalieri a uno o due di loro'”. Il colonnello Mori, all’epoca vicecomandante dei Ros, sarebbe stato al corrente di tutti i contatti tenuti da Bellini e di ogni avvenimento.

Bellini ha raccontato anche degli omicidi commessi, tra cui quello del militante di Lotta Continua Alceste Campanile, la sua affiliazione alla ‘ndrangheta e la latitanza sotto falsa identità trascorsa in Brasile. Ad aiutare Bellini a lasciare l’Italia sarebbero stati personaggi di Avanguardia Nazionale di Massa Carrara. Pur con difficoltà dovute alla malattia da cui è affetto, che ha conseguenze sulla memoria, Bellini sta ricostruendo i periodi di detenzione trascorsi in Italia. Nel periodo in cui è stato in cella il testimone usava un’altra identità spacciandosi per Roberto Da Silva. Sottoposto a programma di protezione per la sua collaborazione con la giustizia, programma che non gli è stato rinnovato, ora Bellini è libero.

Il teste ha poi rivelato di essere stato avvicinato da un altro ufficiale a dicembre dello stesso anno, quando i rapporti con Tempesta avevano avuto uno stop. “Una persona bussò a casa mia – ha detto – e mi chiamò col nome in codice che sapevano solo Tempesta e il colonnello del Ros Mario Mori. Si presentò come un uomo del Ros e mi disse di non cercare più Tempesta e di non venire in Sicilia perché era pericoloso e perché ci sarebbe stata un’imminente operazione”.

Ma Bellini non seguì l’indicazione e sarebbe andato in Sicilia per incontrare il boss Nino Gioè, ex compagno di cella usato per infiltrarsi, a cui doveva pagare una partita di droga. E proprio nel luogo in cui avrebbe dovuto vedere Gioè, nei pressi del motel Agip di Palermo, incontrò di nuovo il sedicente ufficiale che aveva sconsigliato il viaggio in Sicilia. Spaventato Bellini sarebbe andato via da Palermo. Il racconto ripropone dubbi sul ruolo del Ros dell’Arma che, secondo la procura, avrebbe avviato la trattativa con le cosche e una trattativa parallela con Bellini finalizzata, almeno all’apparenza, a ritrovare le opere d’arte rubate.

Il racconto di Bellini è proseguito con uno sfogo nei confronti dello Stato come istituzione: “Mi avete abbandonato, sono un morto che cammina ma faccio il mio dovere fino in fondo. Lo Stato con me ha firmato un contratto che non ha rispettato”. Mercoledì si proseguirà con il controesame del teste e successivamente verrà ascoltato il pentito Fabio Tranchina.

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