Femminicidio, in Italia 59 vittime da inizio anno | Il sociologo: “Donne poco tutelate dalla legge”

di Federica Raccuglia

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Femminicidio, in Italia 59 vittime da inizio anno | Il sociologo: “Donne poco tutelate dalla legge”

| venerdì 10 Giugno 2016 - 19:38

Picchiate, uccise o fatte sparire nel nulla. Dall’inizio dell’anno sono 59 le vittime di femminicidio in Italia. Un dato in leggero calo rispetto allo scorso anno, secondo i dati diffusi dall’istituto di ricerche economiche e sociali Eures. Tra gli ultimi casi di cronaca l’omicidio di Sara Di Pietrantonio, la 22enne romana uccisa e poi bruciata dall’ex fidanzato, Vincenzo Paduano, che non è riuscito ad accettare la nuova relazione sentimentale della sua ex. Anche Slavica Kostic, cittadina serba, ha fatto la stessa fine, uccisa dall’ex marito e sepolta in una cava di materiale edile sul Carso. Storie che lasciano spazio a molteplici riflessioni, per tentare di capire le motivazioni che portano gli aggressori a compiere omicidi così efferati.

Quarantatré di questi omicidi sono avvenuti all’interno del nucleo familiare – a fronte dei 50 del gennaio-maggio 2015 – ventisette invece all’interno della coppia. Analizzando invece i dati dell’ultimo decennio, le donne uccise sono 1740: 1251 all’interno della famiglia, 846 per mano di un fidanzato e 224 assassinate da un ex. I numeri diffusi dall’Eures documentano una diminuzione degli omicidi rispetto ai primi 5 mesi dello scorso anno, ma non ci comunicano di certo ottimismo. È lo stesso Fabio Piacenti, sociologo e presidente dell’Istituto Eures, a parlare di un leggero decremento di omicidi, da considerare però temporaneo.

Dottor Piacenti, quali sono le cause del femminicidio?

“Parlando di omicidi legati alla sfera familiare, esistono tre tipi di moventi: quello più frequente è il movente del possesso, chiamato anche passionale (il 32,5% tra il 2010 e il 2015); il secondo si rifà al logoramento della relazione e riguarda le coppie di lunga durata che hanno un rapporto conflittuale (il 20% tra il 2010 e il 2015). Il terzo movente fa riferimento al disagio, di cui si parla poco: parliamo di un disturbo psichico o di un disagio forte della vittima, parliamo di vittime anziane o con disabilità che vengono uccise dai coniugi i quali non riescono a gestire le infermità della donna (il 22% tra 2010 e il 2015)”.

Come si può prevenire la violenza sulle donne? 

“Di fronte ad una chiara emergenza – e tale va considerata – occorre ripensare la prevenzione e mettere in piedi iniziative efficaci che aiutino le potenziali vittime a sviluppare una consapevolezza del rischio. Che aiutino le potenziali vittime a comprendere quando è il momento di chiedere aiuto, che sappiano leggere e interpretarne i segnali. Occorre dunque una maggiore sensibilizzazione dei servizi sociali per cogliere il fatto che c’è una difficoltà molto forte da parte delle donne che oggi subiscono violenze. La legge qualcosa ha fatto ma in maniera del tutto insufficiente. Su questo fronte siamo indietro, sia culturalmente che giuridicamente: siamo un Paese che ha faticato a recepire le modificazioni del diritto di famiglia, c’è una grande lentezza e le modificazioni culturali richiedono passaggi generazionali. Ci colpisce molto che diversi casi recenti abbiano come protagonisti autori giovani. In questi casi si parla della dimensione della paura, una dimensione costante nella casistica del femminicidio. Nonostante la paura, la vittima non riesce a trovare un interlocutore nella rete, nella comunità”

Qual è il ruolo dei mass media quando si parla di femminicidio? Non crede che spesso ci sia un deficit nella comunicazione?

“Io credo che spesso ci sia un eccesso di spettacolarizzazione e che la comunicazione abbia una grande responsabilità in tal senso. È giusto raccontare la dimensione personale della vittima ma non bisogna mai giustificare l’operato dell’autore. È fondamentale dunque esprimere un senso di condanna, la sensazione del fallimento di chi ha commesso quel gesto. In nessun caso bisogna portare avanti un percorso di vittimizzazione secondaria, raccontando la vittima come una figura corresponsabile dell’azione che ha subito. Molti programmi mi turbano proprio per questo motivo”.

Lei ha parlato di “vittimizzazione secondaria”. Mi viene in mente una recente dichiarazione di Corrado Augias in merito all’abbigliamento e ai capelli di Fortuna, a suo dire non consoni alla sua tenera età. Parole che hanno suscitato non poca indignazione nei social network. Lei cosa ne pensa?

“Credo che si sia trattato di un infortunio comunicativo. Naturalmente non bisogna porre elementi che possano essere legati a un percorso di giustificazione: una dichiarazione che non aggiunge nulla ma che rischia di andare ad aprire un fronte di riflessione parallelo che in realtà non è nè dignitoso né logico. Non si può che prendere le distanze e stare attenti perchè delle volte la semplificazione e la banalità si insinuano anche nelle persone più intelligenti”.

 

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